Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta società. Mostra tutti i post

lunedì 25 ottobre 2010

Cercatori




Un uomo passeggia con il suo cane, al mattino presto.

Raccoglie bicchieri di ogni tipo abbandonati fuori da pub, bar e drinkerie e altri oggettini senza valore

Che, però, ne acquistano, in quanto "trovatelli", come fossero orfanelli da adottare con sollecitudine.


Un uomo

In un giorno di sole autunnale se ne sta immerso sino alla vita nell'acqua bassa vicino alla spiaggia,

con indosso una muta umida da sub vecchia e stinta e un buffo cappidduzzu di lana rossa sulla testa

Cerca, con l'ausilio di un metal detector,

gli oggetti di metallo persi dai bagnanti nei mesi estivi

Ha una cuffia con auricolari giganteschi poggiati sulle orecchie

per captare le variazioni rivelatrici del bip

Con questo tocco sembra un Bug Bunny buffo al bagno, con la muta addosso

Eppure è serio, così profondamente immerso nella sua cerca


Una suorina

Con abito quotidiano, grigio e bianco, i cappelli coperti dal velo,

cammina al mattino lungo una strada di città, deserta

Forse per sbrigare una commissione o recarsi a pregare nella chiesa che si staglia poco più in là

Panchine ad intervalli regolari portano segni rivelatori di bivacchi notturni dei tiratardi del sabato

La suorina si sofferma vicino ad una di esse

La sua attenzione è stata attratta da qualcosa

Si china e si protende verso lo spazio sottostante, ingombro di ogni genere di detriti

Chi sà, forse si aspetta di trovare un rosario abbandonato, un vecchio crocifisso o un'immaginetta sacra

per trarle in salvo e dar loro nuova sacralità riponendole in un'urna o in un sacello

Per lei sono solo queste le cose che veramente contano


Tre cercatori, diversi indubbiamente, ma accomunati da una cosa eguale

Tutti e tre alla ricerca di piccole cose cui danno valore

Più spesso non raccoglierano nulla.

Talvolta riporteranno con sé qualcosa a casa,

cose che per loro avranno un significato, per quel giorno

Sarà la buona sorte, il caso oppure un segno di dio

In ogni caso, un segno di buon auspicio

o anche, come nel caso del cercatore di oggetti di metallo, questione di sopravvivenza


Lontano da qui,

nella mitica Arabia Felix,

ogni giorno uno sceicco depone la sua merda

in uno sfavillante cesso in oro massiccio, circondato dallo sfavillio degli ori della rubinetteria

Nel far ciò, egli dà testimonianza della ben nota equivalenza tra merda e oro.

E' possibile che gli stronzi del nobiluomo, precipitando dentro un WC siffatto,

possano trasformarsi pur essi in oro.

Ma lo sceicco, circondato da tutto quell'oro, non ha nulla da cercare e da trovare.

Tutto quello che vuole ce l'ha, immediatamente.

Ma intanto, giorno per giorno, perde qualcosa di prezioso

Ciò che non potrà mai avere, sarà la benedizione del dio delle piccole cose,

quella benedizione che, in modi diversi, tutti i cercatori del mondo desiderano ottenere e che dà un senso alle loro modeste vite


sabato 18 settembre 2010

Le scritte sui muri e sulle strade: come i tatuaggi, sono un'asserzione del proprio esistere


Oggi, camminando per strada, al termine della mia corsa quotidiana, una scritta sull'asfalto, ha attirato la mia attenzione.

In grossi caratteri cubitali bianchi e disposta per lungo, cioè nel senso di marcia e facilmento leggibile per questo motivo da chi si affacciasse dalla casa del quartiere Matteotti prospiciente, faceva così:

Devo a te ogni mio respiro.

Dirti ti amo è ben poca cosa

La cito a memoria, perchè le grandi dimensioni non mi consentivano di potere contenere tutta la frase in un'unica foto.

Le scritte sui muri e sulla strada o sugli alberi o dovunque vi sia un piccolo spazio disponibile sono un po' come i tatuaggi che oggi vanno tanto di moda e ai quali si riconosce un po' la natura di messaggio collocato proprio nell'interfaccia tra sé e il mondo e un po' quella di rappresentazione tangibile del proprio esistere, un modo per asserire con forza se stessi, a prescindere dalla valenza comunicativa effettiva, ed anche del transito di informazioni e della condivisione di sentimenti e di stati d'animo tra sé e l'Altro.

In questo senso, l'aspetto comunicativo del messaggio tracciato su superfici esterne assume una valenza del tutto secondaria, mentre ha maggior valore, indubbiamente, la sua cifra narcisistica. Più che un flusso dinamico, il messaggio scritto è un'asserzione puntiforme, bloccata, non passibile di trasformazione né richiedente un'interlocuzione.

Si potrebbe dire che tale modalità abbia esattamente lo stesso valore del messaggio che si lancia in mare rinchiuso in una bottiglia ermeticamente chiusa.

Qualcuno lo potrà leggere in un ipotetico futuro e non si sa chi.

A chi lo lancia non importa sapere nè quando sarà letto, nè da chi.

Mentre io scrivo il messaggio e lo confeziono nel suo format, io sono vivo, ESISTO.

E, in ultima analisi, è questo ciò che conta.

giovedì 26 agosto 2010

La raccolta differenziata dei rifiuti urbani solidi e le ambiguità dell'identità di genere


La raccolta differenziata, a volte, pone alla mente ancora non allenata dei cittadini diligenti dei quesiti di difficile risposta.
Dove collocare questo o quel tipo di rifiuto urbano solido? In quale categoria concettuale e, dunque, nella ricaduta pratica, in quale contenitore?
Si tratta di materiale organico oppure è altro? E se c’è una mescolanza di materie e di fluidi cosa fare? Se all’organico si mescolano carte ed altri involucri, l’organico non è più tale e dovrà seguire i percorsi dell’indifferenziato. Analogamente se il materiale cartaceo è imbevuto d’olio o di altri fluidi, non può essere più catalogato nella “carta” e diventa altro.
Unclassified: è il destino di tutto ciò che non può essere catalogato in una casella già precedentemente costituita.
L’impossibilità di catalogare è il limite di tutti coloro che si dedicano alla costruzione ossessiva di possibili liste e che perseguono il folle obiettivo di catalogare il mondo: ci sarà sempre qualcosa che sfugge alle regole classificatorie stabilite.
Per esempio, tornando alla raccolta differenziata, non si è ben chiarito ancora se anche foglie morte e rami secchi dovranno seguire i percorsi differenziati dei rifiuti solidi urbani (ricadendo, presumibilmente, in tal caso nella categoria dell’”organico”).
Per il momento, nell'incertezza della catalogazione, gli operatori ecologici (alias spazzini) le lasciano per terra.
Tutto ciò parrebbe una banalità, mentre in realtà apre una questione di estremo interesse nella relazione epistemica con la realtà.
Porto un esempio.
Anni addietro, in una Divisione di Neurologia di Palermo, adibita al trattamento disassuefattivo dei tossicodipendenti venne ricoverato uno che, oltre ad aver sviluppato una marcata dipendenza dall’eroina, era anche trans.
Di fronte all’ambiguità di genere (il tizio era di fatto un "ibrido", perché – grazie ad un trattamento con estrogeni - aveva un seno abbastanza ben sviluppato, ma nello stesso tempo pene e testicoli - che, nel regime di ricovero, non potevano essere occultati), il personale preposto decise di ricoverarlo, per attuare la disassuefazione, in una "terra di nessuno": una piccola stanzetta al limite tra il reparto maschile e quello femminile.
Una volta definito il luogo della degenza come non-luogo, rimaneva da stabilire chi del trans se ne dovesse occupare: gli infermieri (uomini) adibiti al reparto maschile o le donne (adibite al reparto femminile)?
Qui, l'incertezza si trasformò in autentico impaccio operativo: chi lo avrebbe dovuto lavare e accudire, visto che aveva attributi dell’uno e dell’altro sesso?
Una questione indubbiamente spinosa…
Il tizio se ne stava al buio nella sua stanzetta e le visite che riceveva erano molto rade, sia parte degli infermieri maschi sia da parte delle infermiere, e soprattutto veloci: insomma, nessuno desiderava soffermarsi più a lungo del necessario e palese era l’imbarazzo di tutti, perché il confronto metteva dura prova consolidate incertezze.
Le menti dei più amano confrontarsi con confini netti e del resto, a quei tempi, ancora il Trans (inteso come categoria a s[ stante) non era entrato nelle grazie di politicanti alla ricerca di svaghi personali dubbi e discutibili, come è accaduto nel caso Marrazzo che ha aperto uno scenario inquietante sulla vita "privata" di personaggi pubblici e sulle speciali attrattive che, evidentemente, posseggono i "viados", forse proprio per l'ambiguità di genere di cui sono portatori.
Anche le comunicazioni verbali erano scarne e stringate: come rivolgersi al trans, al maschile o al femminile? Andava considerato come un “lui” o come una “lei”?
Tutti lo andavano a trovare malvolentieri, anche perché man mano che trascorreva il tempo il suo aspetto si faceva decisamente metamorfico e una barbaccia ispida e scura cominciò a ricoprirgli le guancie, facendolo transitare verso una parvenza di aspetto maschile.
A questo punto, la natura l'ebbe vinta e, rassicurati da questa florida crescita di peli, gli infermieri poterono più facilmente sorvolare sul gonfiore delle tette e poterono esperire nei confronti del poveretto una certa dose di solidarietà maschile, anche se ogni tanto faceva capolino il pensiero che il trans altro non fosse che un esemplare di “donna barbuta” sfuggito al freak show di un circo Barnum di passaggio.
A causa delle difficoltà classificatorie, il tizio si era fatto l'astinenza dall'eroina praticamente da solo e senza solidarietà empatica da parte dei curanti...
Dalle foglie morte nella raccolta differenziata ad ambigua appartenenza di genere: questa mia esposizione rappresenta un tipico caso di deriva del pensiero, in cui tuttavia il percorso associativo seguito mostra in modo evidente come il nostro modo di ragionare e di conoscere il mondo è per schemi rigidi.
Gli oggetti (e gli esseri) ambigui rompono le scatole, perché non si sa mai come collocarli (anche se, in fondo, affascinano)…
Eppure, in natura, di simili esempi ne esistono diversi: prendiamo l’ornitorinco, tanto per menzionare uno di questi esseri che presenta la coesistenza di caratteri tipici di specie diverse e molto dissimili le une dalle altre. Per catalogarlo, è stato necessario creare nel regno animale - per lui e per alcune altre specie – una categoria a parte.

lunedì 9 agosto 2010

Finisce in tragedia il Campionato del mondo di sauna: una riflessione psico-sociologica


Occorre interrogarsi sul senso e l'utilità di certe tipologie di competizioni sedicenti sportive che perdono, di fatto, qualsiasi dignità di sport, per diventare puro azzardo e rischio.
Colpisce indubbiamente la notizia che, al culmine del Campionato del mondo di sauna, in Finlandia (nella città di Heinola, 135 km a nordest di Helsinki), giunto alla sua 13 ^edizione, sia morto uno dei due finalisti (il russo Vladimir Lazyzhenskiy), mentre l'altro (il finladese Timo Kaukonen) è rimasto gravemente ustionato ed è ancora ricoverato in ospedale in prognosi riservata.
Questa la notizia.
Un russo è morto ieri durante la finale dei campionati del mondo di sauna in Finlandia, dopo aver trascorso sei minuti nella soffocante temperatura di 110 gradi centigradi. "Dopo questo incidente abbiamo deciso che il campionato è finito", ha detto Saija Jappinen, segretario culturale della città di Heinola all'agenzia Reuters, annunciando la fine della manifestazione.
I campionati mondiali di sauna si sono tenuti sinora 12 volte a Heinola, città che si trova a circa 138 chilometri a nordest della capitale Helsinki, in Finlandia. La singolare competizione consiste nel resistere il più a lungo possibile in una sauna riscaldata a 110 gradi.
Decine di concorrenti (più di 130, provenienti da tutte le parti del mondo) hanno partecipato alla competizione e alla fine si sono ridotti solo a due, ma sei minuti dopo l'inizio della finale i giudici hanno notato che qualcosa non andava con i campioni rimasti: il russo Vladimir Lazyzhenskiy e il finlandese Timo Kaukonen. Entrambi sono stati portati in ospedale nella città di Lahti, dove Ladizhensky è morto poco dopo l’arrivo. Kaukonen, che ha vinto il titolo lo scorso anno, gravemente ustionato resta ricoverato in ospedale. Gli organizzatori del campionato hanno annunciato in un comunicato pubblico di aver compiuto tutte le procedure di sicurezza. “Abbiamo seguito tutte le regole e vi era abbastanza personale medico. Inoltre, tutti i concorrenti devono iscriversi all’evento, con un certificato medico che attesti il loro ottimo stato di salute”, ha detto il direttore dell’evento, Ossi Arvelo.
La polizia locale tuttavia, ha avviato un’indagine sul luogo sta specificatamente indagando sulle cause della morte di Lazyzhenskiy per individuare eventualità responsabilità penali.Gli organizzatori dell'evento hanno fatto intendere che probabilmente il campionato non si farà mai più.

Se non fosse per il dramma di due vite umane, una portata a termine e l'altra gravemente compromessa, la notizia avrebbe una sua qualità indubbiamente demenziale.
Chi sano di mente, potrebbe sottoporsi per il più lungo tempo possibile, al limite della ressitenza fisiologica o superandola, al micidiale effetto del caldo umido, spinto al massimo?
Qualsiasi competizione in qualsiasi disciplina sportiva esprime in forma sublimata il tentativo dell'uomo di superare i propri limiti, ma sempre nenell'ambito dell'agone dell'esistenza, come correre più veloce, saltare più in alto, resistere più a lungo nella corsa di lunga durata o nel nuoto: tutte attivtà funzionali, in qualche misura, all'impegno nella caccia o nella guerra, oppure - andando ancora più indietro nel tempo, all'origine dei tempi - alla capacità di sopravvivenza in un mondo fondamentalmente ostile ed irto di pericoli.
Dare un simile valore alla Competizione di sauna, farne un Campionato del Mondo, è davvero incomprensibile: spostando i termini, si potrebbe ipotizzare allora una gara di resistenza nello stare a bagno in un grande calderone pieno di acqua portata all'ebollizione, oppure nel giacere su di una graticola arroventata, oppure nel camminare il più a lungo possibile su di un letto di braci ardenti.
Come leggere simili cimenti?
Prove fachiresche ed insensate, scuola di resistenza alla tortura, propensione masochistica, algolagnia, oppure iniziazione a forme di superominismo becero e idiota?
Non saprei.
Penso che chiunque debba essere lasciato libero di mettersi alla prova se vuole imparare a resistere al dolore e alla sofferenza, a cimentarsi in prove di coraggio, a tentare riti ordalici: ma nel suo privato.
Molti possono ricordarsi che, da ragazzi, si infliggevano piccole sofferenze (pizzicotti a sangue, punturine di spillo, aghi traforanti la pelle), per capire quale potesse essere il proprio limite al dolore e, a poco a poco, imparare a forzarlo., ma anche per "temprarsi".
Una sorta di mitriditasmo al dolore, si potrebbe dire.
E questo fa parte dello sviluppo psicologico e viene a colmare il vuoto - in alcuni casi - di quei riti di passaggio che un tempo segnavano il transito dall'infanzia all'età adulta senza la moratoria dell'adolescenza, invenzione tutta moderna, e guadagnarsi a pieno titolo il riconoscimento di essere un guerriero di valore, come ci mostra bene una delle sequenze-chiave de "L'uomo chiamato cavallo".
Ci sono quelli che spinti da una vera deformazione psicopatologica del proprio io, si infliggono ferite con armi da punta e da taglio (i cosiddetti "cutter" che sviluppano nel corso del tempo dipendenza dal dolore e che dal dolore traggono piacere, cioè intense scariche di dopamina, utilizzando il linguaggio dei mediatori chimici)
Penso, tuttavia, che sia criminale che un'organizzazione qualsivoglia si faccia carico di ufficializzare simili tendenze che - amplificate dal teatro mediatico - diventano anche occasione di istrioniche propensioni suicide e autolesionistiche.
E' una fortuna che, di fronte alla tragedia, gli organizzatori della manifestazione finlandese abbiano affermato di non essere sicuri se il campionato del mondo di sauna si rifarà ancora negli anni futuri.
Ma è un modo tardivo di chiudere i portoni delle stalle dopo che i buoi sono fuggiti.

Quello sollevato da questo drammatico evento è un tema che meriterebbe ulteriori approfonimenti, considerando anche il peso non indifferente della società dello spettacolo, che favorisce una serie di "stranezze" proprio per trarne alimento nello sviluppo sempre più marcato di quello che potrebbe definirsi un "teatro della crudeltà".
La foto del russo giù deceduto, diffusa dai media, ne è la prova cogente.
.

lunedì 26 luglio 2010

Piccole feste e balli di paese


Piccole feste, riunioni di paese: si sta seduti tutti assieme in una sera d’estate calda, l’aria immobile, una lunga attesa prima che arrivino le portate – il pasto è eguale per tutti – e, intanto, la musica governata da un DJ va avanti a tutto volume con l’immancabile corredo di luci stroboscopiche.
Della quarantina di persone presenti molti se ne stanno seduti ai tavoli a conversare, mentre pochi si lanciano in danze improvvisate.
Queste riunioni sociali, soprattutto quando vanno le note dei più celebri “lisci”, ma in versione techno, lasciano un’impressione di grande malinconia, facilitando– associativamente - la rievocazione di tempi andati che, per pochi istanti, ritornano a vivere nella nostra era di identità fluide in cui ciò che conta è l’apparire piuttosto che l’essere.
Sono momenti di sano divertimento in cui ciascuno fa che vuole.
Due dei danzatori sembrano spuntati da una realtà manicomiale e ci danno sotto con le evoluzioni ballerine che appaiono un po’ goffe e stralunate, mentre un ragazzetto li perseguita con la macchina fotografica digitale per cogliere i momenti più significativi dei loro balli e poi, inevitabilmente, si scatenano gustosi teatrini in cui la signora con l’abito a fiori su sfondo blu reiteraratamente insegue il molestatore per dissuaderlo dallo scattare altre foto (e queste sono autentiche scene da comica finale).
Si sta assieme, si chiacchiera, ed intanto si consumano i riti segreti d’una società prevalentemente di paese con le sue regole, le sue alleanze e le sue piccole esibizioni di potere.
Eppure, ciò nonostante, la sensazione che se ne trae è quella di un buon tempo antico e fermo in cui consuetudini antiche si ripetono immutate.


giovedì 22 luglio 2010

Acqua e zammù. Paese che vai usanza che trovi...


Un tempo, a Palermo, gli acquaioli che andavano in giro per la città e i chioschi sparsi nelle vie del centro vendevano acqua e "zammù", cioè acqua addizionata con poche gocce di distillato di semi di anice (un po' simile al Pernod, ma utilizzato in concentrazioni di gran lunga inferiori).
Dalle mie parti un tempo (e penso un po' dovunque), per dissetarsi si beveva spesso della semplice acqua e, là dove - nei luoghi preposti - si serviva l'acqua (magari con un surplus di servizio, per esempio, nella variante estiva dell'acqua "gelata" - era sempre disponibile la classica bottiglietta di "Anice Tutone" ("Sin dal 1831") dalla quale spandere qualche goccia d'un un liquido trasparente dall'odore fortemente speziato che appena arrivava a contatto con l'acqua diveniva lattiginoso, conferendo alla limpidezza dell'acqua una leggera ombreggiatura biancastra.

L'acqua e"zammù" è fortemente dissetante...
Alcuni, a casa propria, conservano l'usanza di metterne un po' nella bottiglia dell'acqua tenuta in frigorifero, ma l'uso pubblico dell'acqua e zammù si è fortemente ridimensionato a favore di vini, birre, superalcoolici:
almeno per quanto concerne tale utilizzo, si tratta di un'abitudine dimenticata consegnata al buon tempo antico.
Ricordo che il mio nonno paterno, così come mio padre erano ghiotti di acqua e zammù.

Non mancava mai la bottiglietta di Anice Tutone e anch'io, memore delle abitudini familiari, ancora oggi - a casa mia - me ne tengo fornito.

Qualche giorno fa, trovandomi in Abruzzo, entrai in un bar del piccolo borgo di Castel del Monte per prendere un caffè e chiesi, come di consuetudine, anche un bicchier d'acqua.
Vidi sul bancone del bar una boccetta dalla strana foggia e chiesi: "Cos'è questa?"
"Anice" - rispose il gestore del bar.

Ed io, pieno di entusiasmo: "Ma guarda un po', anche dalle mie parti si usa l'anice!"

E, così dicendo, ne aspersi diverse gocce nel bicchiere d'acqua che mi accingevo a bere, intorbidandolo.
Vidi che il barista ed altri avventori mi guardavano strano, come se avessi fatto un'azione inconsueta o bizzara.
"Che c'è?" - dissi - "Qualcosa non va?"
"Ma, veramente noi... mettiamo l'anice nel caffé..."
Chiarito, dunque l'equivoco...
E' strano il fatto secondo cui noi trovandoci di fronte ad una stessa cosa siamo portati immediatamente ad applicare un nostro schema mentale che ne cataloga immediatamente modalità d'uso e consuetudini correlate (sulla base del principio Tutto il mondo è paese").
Mentre, invece, non tutto è necessariamente così scontato.
Come è vero il detto: "Paese che vai, usanze che trovi"!
Trovo che quest'episodio sia particolarmente bello. Innanzitutto, perchè mi ha consentito di ricordare la bella tradizione dell'acqua e zammù nostrana, ma soprattutto perchè mi ha messo di fronte al fatto che la "diversità" culturale è, fortunatamente, una pianta difficile da estirpare e che, malgrado i mille tentativi di omologare, appiattire, uniformare propri della (in)civiltà dei consumi contemporanea, le piccole tradizioni locali persistono immutate.

martedì 20 luglio 2010

Amore crudele, amore molesto

Amore crudele (nei pressi della stazione FFSS di Cefalù)

I muri parlano spesso di amore: giuramenti di eterna fedeltà, promesse di amore reciproco, espressioni di rammarico e delusione per una storia che bruscamente si è interrotta, invocazioni, esortazioni, etc etc, il più delle volte disordinate, tracciate come capita, deperibili.
Raccogliendo tutte queste scritte, alcune scontate, altre originali e dense, si potrebbe compilare un'intera antologia che potremmo intitolare appropiatamente "L'amore scritto sui muri" (e sui marciapiedi e sulle panchine e sugli alberi): insomma, "L'amore scritto nelle città").
Tuttavia, questa scritta "grave" (e scusatemi il gioco di parole con l'inglese "grave" - tomba - che, associativamente, sono portagto a fare in modo immediato), rinvenuta su di un freddo muro rivestito di lastre di travertino di una stazione ferroviaria (a Cefalù), per alcuni versi, esce fuori dalle righe, anche per l'impressione che se ne trae, osservandolo, di inamovibilità nei secoli e permanenza lapidei, al contrarie della maggior parte di altre scritte di questo tenore, "liquide" ed impermanenti.
Innanzitutto, per il colore (nero) e le dimensioni ossessivamente eguali delle lettere che compongono le singole parole, ma anche per la sua collocazione: mentre la pietra del muro ha un che di mortuario, da lapide, l'inferriata collocata subito a fianco dà l'idea d'una prigione alquanto cupa, impressione peraltro accresciuta dal nero dei caratteri, i quali benchè realizzati ad arte presentano, qua e là delle drammatiche sbavature, una sorta di pianto ostentato che si aggiunge al nero del lutto tracciato su di una bianca pietra tombale.
Insomma, sembrerebbe di essere davanti più che ad una dichiarazione d'amore, ad un cupo necrologio.
Io, se fossi nei panni della destinataria del messaggio (o del destinario? In effetti, non si può mai sapere), nel leggerlo, sarei fuggito a gambe levate, per frapporre quanto più spazio tra me e un simile ex-fidanzato.
Mi parrebbe che la mano che ha composto questa scritta non fosse certamente resa tremula dalla gioia della rievocazione dei momenti felici trascorsi assieme, quanto piuttosto animata dalla paranoica determinazione dello stalker nel volere essere ossessivamente presente nella vita della persona che ha voltato le spalle ad una simile bellezza (del tempo trascorso assieme), che ha - in definitiva - osato ribellarsi, opponendosi alla "bellezza" di quell'amore.

Io credo che tu "Luce", ignota ex-amante
(preferisco pensare che tu sia una donna), abbia fatto bene ad andartene da un amore costruito come una tomba. E, adesso, continua a procedere verso la libertà e affrancati da questa mortifera presenza che continua ad incombere su di te!

giovedì 8 luglio 2010

Modi bruschi: un approccio all'estraneo, condito di palermitanità diffidente


Questa foto ha una sua storia.
Mi sono fermato a fotografare quella bici parcheggiata sul balconcino, nella calura del primo pomeriggio.
Dopo lo scatto, mi son girato e, dietro di me, c'era uno che mi guardava con aria minacciosa.
"Preco!?" - mi fa.
Io, facendo la parte di non capire: "Che?"
"Preco?" - ripete il tipo, monocorde, quasi che, in definitiva, la sua presenza fisica e lo sguardo dicessero già tutto.
"Che?" - replico io.
"E che... fotografavi... Guardavi... C'è cosas?" (con fare indagator-sospettoso)...
Io: indico la bici posteggiata sul balconcino.
Sguardo interrogativo dall'altra parte...
"Faccio la collezione di foto di bici in città" - replico in modo conclusivo.
Il tipo se ne va, muovendosi con lentezza assertiva verso la porta di casa tutta sbarrata.
"Ma se vuoi te le faccio vedere!" - gli grido dietro.
Quello: "No, no, non c'è bisogno..."
Grazie della magnanimità...
In effetti, il dialogo (o non dialogo, a seconda dei punti di vista), aveva avuto una sua ragion d'essere nel fatto che io, estraneo, dovessi sottostare ad una sorta di preventiva autorizzazione a star dentro il territorio di cui il mio interlocutore si sentiva investito del ruolo sacrale di custode.
A quel punto il messaggio era stato passato e le puntualizzazioni necessarie erano state fatte.
L'implicito: "Non pensare qui di poter fare quello che vuoi.. Io ti tengo d'occhio!".
Il piccolo episodio la dice lunga sull'animo dell'uomo palermitano di poca cultura, stretto tra un'atavica sospettosità, le necessità del controllo mafioso del suo territorio, un'altrettanto atavica diffidenza nei confronti dello "straniero" (ed io in questo caso ero lo straniero), e quel codice di comportamenti rigidamente organizzati e considerati fortemente appropriati per il maschio nostrano che l'etnologo Franco La Cecla ha così brillantemente descritto nel suo piccolo saggio, Modi bruschi. Antropologia del maschio (Eleuthera riedito nel 2010).

domenica 13 giugno 2010

Cacciatori e pescatori nelle convulsioni della notte

La notte

Un'antica tonnara.

Dopo aver superato un piccolo ponte di pietra a dorso di mulo, ci si entra attraverso un portone monumentale.

A cui segue, dopo aver percorso un ampio passaggio dalla volta a botte, una grande corte interna, il fondo di sottile polvere di pietra d'aspra macinata che imbianca le scarpe e copre di un velo di talco impalpabile i piedi calzati di sandali delle donne.

Torme di avventori arrivano di continuo: sembra quasi che vengano vomitati nella grande corte, sparsa di tavoli, di sedie e, ai margini gazebo addobbati con divanetti.

Il grande portone spalancato è la bocca che vomita uomini e donne.

Oppure si potrebbe, egualmente, immaginare che la corte interna sia una grande stomaco dove le persone che arrivano attraverso la grande bocca-esofago vengono miscelate e opportunamente digerite, trasformate in una sorta di impasto indifferenziato che finisce con lo spalmare mura e addobbi del vasto cortile.

L'amalgama che funge da succo gastrico facilitante la digestione di questo insieme eterogeneo è la musica che promana da una postazione allestita pure all'esterno, dove l'alchimista musicale-DJ governa con abili variazioni dei flussi sonori l'umore dei partecipanti all'happening (techno con delle variazioni hip hop, jungle, ripetizioni e iterazioni ossessive degli stessi fraseggi musicali e di riff che paiono sempre eguali ed ipnotizzanti.

Molto omologazione di comportamenti e di posture.

Domina l'esibizione di sé e la ricerca affannosa: sguardi che vagano senza fissarsi mai da nessuna parte, sguardi predatori, sguardi affamati.

Non si parla molto, ci si guarda molto, ci si studia, si cercano approcci facili.

Uomini che arrivano da soli.

Donne che si presentano in coppia con un'amica, piccoli gruppetti monosex che rapidamente si disperdono, amalgamandosi nella calca indifferenziata, ognuno alla ricerca del suo aggancio per concludere la serata con un "acchiappo" veloce e disimpegnato.

Uomini e donne si sfiorano, volteggiano, si osservano.

Abbigliamento di tutti i tipi e per tutti i gusti.

Gli uomini più tendenti al casual, alcuni magari con capi di valore ma sobri, le donne più in tiro dagli abiti più fantasiosi a quelli attillati in nero.

Tre donne più avanzate d'età stanno al centro della corte, sedute indolentemente attorno ad un tavolino: una posizione che sembra bizzarra, perché le colloca al centro dell'attenzione quasi nel punto focale dell'arrivugghio. Sembra che si siano volutamente posizionate lì, per poter osservare senza parere chiunque passi e, del pari ricevere debitamente omaggio da chiunque passi di lì.

Il passaggio è obbligato peraltro: proprio per quel punto la folla s’incanala per accedere ad un grande locale dal soffitto di possenti travature lignee, dove nel vasto spazio sostenuto da pilastri di pietra sono strategicamente disposti divanetti, poltrone e puffi; dove, ad una parete è allineata la mescita delle bevande alcooliche e non, e dove si aprono le porte che immettono nei servizi igienici.

Questo spazio è un'autentica oasi di pace, molto riparata anche dalle ondate sonore che invece inquinano di decibel la corte affollata e densa di folla inquieta: sembra essere adibito al riposo e alla disintossicazione, ma è anche possibile condurvi delle conversazioni pacate, senza alzare eccessivamente il tono della voce per farsi sentire dai propri interlocutori e, proprio per questo, preferito dalle comitive miste preferendo quest’atmosfera raccolta al dispersivo spazio esterno.

I gruppetti che non vogliono diluirsi nella folla irrequieta sembrano composti da esseri alieni, fuori posto in un universo mobile che sembra essere perennemente in caccia, di cui non condividono i codici

In effetti, al passaggio, molti si fermano ad ossequiare le tre donne in nero, tra le quali una palesemente anziana, con una zazzera crespa e biondastra, addobbato con un abito nero fasciante e sandali dai tacchi alti, è una nota organizzatrice di eventi di cui non ricordo il nome.

Quando la folla si fa troppo fitta e risulterebbe soffocante rimanere seduti, costei si alza in piedi e, dall'alto della sua statura accresciuta dai tacchi molti alti, si guarda in giro altera, ma senza guardare mai nessuno veramente, dando l'impressione d’un ragno che, dopo aver tessuto la sua tela, attende paziente la sua preda, sapendo che le prede arriveranno comunque sino a lei seguendo fili e percorsi che sono stati tracciati.

La musica investe tutti e li racchiude in un bozzolo, eccitando e accrescendo a dismisura la voglia di movimento, ma non c'è una reale volontà di danzare, abbandonandosi alla foga liberatoria del movimento al ritmo della musica cadenzata ed ipnotica in un corroborante tripudio psico-fisico del proprio sé: chi inizia a seguire con il corpo il ritmo imposto dalla musica, non si lascia mai andare, bensì mantiene un atteggiamento vigile, lo sguardo esplorativo per incrociare altri sguardi che veicolano solitudini e agganciarli per un fulmineo approccio.

D'altronde, in questa bailamme, la finta danza - più che altro una tumultuosa agitazione di corpi - serve a garantire una maggiore contiguità somatica tra potenziali partner e ad assicurare possibili accoppiamenti. Infatti, spesso, dal tumulto della folla si distaccano delle coppie neo-costituite - con il sapore dell'effimero e del provvisorio - alla ricerca di angoli più tranquilli dove parlottare e dove dare corso ad approcci fisici più diretti.

Nella danza non mancano coloro che - in modo più intraprendente - si lasciano andare a toccamenti oppure appiccicano il proprio bacino (anche se per pochi secondi soltanto) a quello d'un possibile partner. Appena un cenno di debordamento lascivo, ma è quanto basta, per lanciare un segnale...

Sembra di assistere ai mille modi di lancio e rilancio di un amo con l’ausilio di una lenza in attesa di capire quale pesce abboccherà. I lanci sono numerosi e molteplici. Vige il principio del “Chi piglio, ma piglio”, ma non mancano nemmeno quelli che puntano direttamente in una direzione, salvo poi a cambiare obiettivo con repentinità sulla base della convenienza…

Questo è l'interesse dominante della maggior parte dei frequentatori di questo locale, come - suppongo - di tanti altri consimili.

Dall'edificio in pietra di cui si è detto prima, antiche finestre si aprono aggettanti sul mare e su di un'ampia spiaggia che si è formata, dove anni prima c'era solo una distesa di acqua marina, a causa della continua deposizione di detriti con il mutevole gioco delle correnti marine.

Questa spiaggia, totalmente al buio, è percorsa da una fresca brezza.

Lontano sul limitare dell'acqua diversi pescatori con la canna attendono che le loro prede abbocchino.

Lì non c'è clamore, soltanto qualche bisbiglio, parole appena pronunciate, ma prevalentemente silenzi, qualche improvviso e transitorio barbaglio proveniente da una lampadina elettrica.

Al di là dei pescatori si scorge - o meglio si indovina - la massa nera ed imponente del mare, immobile questa sera come un’enorme bestia possente ed acquattata che respira con un suo ritmo secolare, disseminata delle luci sparse delle lampare di altri pescatori che, pazienti sulle proprie barche, anch'essi attendono la loro preda.

Uno scenario di grande pace che fa da contraltare all'atmosfera convulsa della tonnara.

Di questa scena nessuno si accorge, nessuno - o quasi - ha occhi per guardarla contemplativo ed esserne colpito.

Le contingenze della caccia inducono ad essere febbrili, convulsi ed eccitati.

E di tutto questo all’alba non rimarrà più nulla, se non confusi ricordi alcoolici e soltanto la compulsione a riprendere la sera successiva nel tentativo reiterato e angoscioso di annullare un vuoto incolmabile.

mercoledì 9 giugno 2010

Un elogio dell'illegalità


Palermo.
Via Sciuti.
Una caldo giornata di inizio giugno, mattino.
Si prospetta il seguente teatrino.
Il passante del momento può notare un autobus fermo persistentemente nella sua corsia preferenziale.
Ci si avvicina incuriositi.
Ci si chiede, con un filo di preoccupazione, se non sia accaduto un incidente e se non ci si debba trovare davanti al truce spettacolo di un passante o di un aspirante suicida stritolato sotto le ruote del pesante mezzo.
Si continua a procedere, avvicinandosi al piccolo scenario.
E ci si rende conto che non è accaduto niente di truculento...: con sollievo dei cittadini timorati e con delusione di quelli un po' perversi che amano essere spettatori da prima fila degli spargimenti di sangue.
Cosa succede allora?
Niente.
Semplice ed ordinaria amministrazione, piuttosto.
Ma sarà poi così?


Due auto di scorta ("autoblu") sono comodamente posteggiate nella corsia preferenziale, quella riservata ai bus e ai taxi, con la tracotanza del potere che ritiene che tutto sia lecito.
Il trasportato "illustre" (o "onorevole"?) ha dovuto fare una sosta per dare corso a qualche sua estemporanea necessità: o una visita alla farmacia o un passaggio dal barbiere per farsi barba e capelli oppure, più leziosamente, dal fiorista per inviare un omaggio floreale alla moglie o, perchè no?, all'amante.
L'autista del bus, trovando la sua corsia ostruita, deve avere avuto un moto di ribellione di fronte al sopruso e, con determinazione, desiderando evidentemente il rispetto della legalità, si è imposto di non fare nessuna manovra al di fuori di ciò che è previsto che faccia.
Con molta semplicità, vuole proseguire sulla sua corsia preferenziale.
Ha optato di non essere condiscendente e colluso e di richiedere con fermezza l'applicazione delle regole.
Con molta evidenza, s'è innescato un braccio di ferro tra il guidatore del bus e la scorta.
Tutti gli uomini della scorta fanno capanello sul marciapiedi e confabulano tra loro.
All'improvviso, se ne distaccano i due autisti che, a muso lungo, salgono sulle rispettive auto e cominciano con evidente malavoglia ad accendere il motore e fare le manovre necessarie.
Gli altri rimangono immobili a contemplare il loro operat, confabulando tra loro.
Gli sguardi che lanciano ai "colleghi" sono di disapprovazione.
Uno replica al discorso di uno degli altri: "Nemmeno io lo avrei fatto!", intendendo dire che il consenso unanime tra tutti loro rimasti in piedi sul marciapedi sarebbe stato quello di non spostare le auto e lasciare che l'autista dell'autobus si arrangiasse.
"Vada a farsi fottere" - l'implicito pensiero - "Che cosa pretende da noi?"
Dietro questo discorso in cui i non detti hanno uno spessore maggiore di ciò che è detto, si intravede la tracotanza del potere e l'idea che, se si è al servizio dell'"onorevole" o dell'"illustre" di turno, tutto sia lecito e che ci sia un passaporto di immunità per infrangere normative e divieti a cui i comuni cittadini, invece, devono adeguarsi.
"Noi siamo al di là della Legge" - sembrano dire i "buoni" custodi, rivelando piuttosto l'attitudine della guardia del corpo di un gangster.
L'amara riflessione di questo piccolo episodio è che il potere sia colluso con l'illegalità e che la battaglia per la legalità sia ardua e difficile, dal momento che proprio coloro che dovrebbero esserne i principali sostenitori sono i primi a contravvenire alle norme, partendo dal presupposto che tutto sia a loro permesso.
Al cittadino comune, come è il valoroso guidatore dell'AMAT, rimangono solo due alternative: o piegarsi, facendo la pecora del gregge e diventando così uno dei tanti tasselli che mantemgono in piedi i cerchi concentrici delle collusioni, oppure ribellarsi.
La via della ribellione, tuttavia, è dura e faticosa poichè implica il confronto con i rappresentanti della legalità sempre più tracotanti e sempre più simili ai "bravi" di manzoniana memoria.

mercoledì 31 marzo 2010

Le vite al margine dei Robinson postmoderni


Nella nostra società sempre più frequentemente succede che singoli individui perdano il contatto con il mainstream della vita sociale, iniziando a percorrere derive strane.
E' così che nascono gli homeless, i cosiddetti "barboni", gli hobo (i vagabondi di un tempo che, alla città, preferivano il vagabondaggio sulle strade extra-urbane e che, in questo, per molti hanno costituito l'emblema di una scelta di vita libera e senza padroni).
Oppure, alcuni individui si arenano da qualche parte come detriti che, trasportati per un po' da una corrente impetuosa. finiscono incagliati da qualche parte, in un'ansa cieca, oppure su di un greto su cui nessuno spontaneamente si fermerebbe mai.
Alcuni apprendono l'arte di arrangiarsi ("La necessità fa virtù!") e iniziano a vivere, pur nella grande metropoli come dei "robinson" e si ritagliano la propria piccola isola, che - a quel punto - diventa, per loro, "casa".
Vivono al margine dei grandi flussi di persone che scorrono davanti o accanto loro: ed è come se fossero uomini (e donne invisibili) di cui nessuno si accorge più, quasi che fossero parte dell'arredo metropolitano, come una panchina o un lampione.
Anzi, più è ostentata la loro presenza, più finiscono con il diventare davvero invisibili.
Semplicemente si comportano come una presenza inamovibile, analoga a quella di in sasso, incagliato nel terreno.
Non si relazionano, non cercano il contatto oculare, non ci sono sguardi che si incrociano: sono semplicemente testimoni di una vita sufficiente a se stessa.
Mentre mi trovavo a Roma sono stato colpito dall'osservazione ripetuta del "rifugio" che un homeless (uomo o donna che fosse non sono riuscito a capire) si era costruito su di un marciapiede di una zona trafficata e continuamente percorsa dal movimento pedonale: proprio accanto alla Basilica di Santa Maria Maggiore.
Qui, all'angolo di due strade, a cinque metri circa da un chiosco per le informazioni turistiche, aveva costruito una parvenza di casa: un parallepipedo di roba accatastata di circa due metri per ottanta centimentri e dell'altezza di meno di un metro, nel quale stavano ammucchiati probabilmente tutti i suoi averi terreni, ben avviluppati dentro uno spesso foglio opaco di plastica da imballaggio. Sotto il telo, durante le ore diurne, si intravedeva la sagoma di una persona seduta con le gambe rannicchiate, intenta a leggere da quello che sembrava un settimanale illustrato. Passando in momenti differenti del giorno, il padrone di casa era sempre lì: solo un piccolo lembo del foglio di plastica era sollevato per consentire il ricambio dell'aria.
Di notte, era tutto immobile e "spento": si sarebbe potuto immaginare che, al centro della catasta, fosse stato ricavato uno spazio dove il padrone di casa si poteva distendere su di una parvenza di letto.


Sono rimasto sorpreso innanzitutto dall'inventiva dimostrata e dall'evidenza che il bisogno di costruirsi una casa, sia come sia, è forte ed insoprrimibile, ma nelle stesso tempo non ho potuto non riflettere sulla totale mancanza di relazionalità, in doppio senso, tra il mondo e l'homeless, quasi che questa dimora, fosse scaturita del bisogno di costruirsi un ambiente intra-uterino, caldo e confortevole, nel quale stare rintanato, una sorta di "claustrum" protettivo rispetto alla crudezza del mondo fuori.

mercoledì 17 marzo 2010

Vite da homeless e l'arte di arrangiarsi


L'altro giorno, in uno dei miei consueti giri di corsa sono passato nei pressi della Fiera del Mediterraneo di Palermo.
Davanti ad una delle due biglietterie ubicate in corrispondenza dell'ingresso principale e con il favore di una pensilina di profondità sufficiente a proteggere dalla pioggia e dalle intemperie, c'erano in bell'ordine le tracce del bivacco notturno di qualcuno senza fissa dimora, anche se l'evidente abitudinarietà dell'utilizzo del luogo
"sufficientemente" confortevole, lo autorizza sicuramente a considerarlo "suo", se così ci si può azzardare a dire.
Il posto era tenuto, nei limiti del possibile, pulito e in ordine, quasi fosse un ambiente domestico. C'era un materasso addossato alla parete per evitare che improvvisi piovaschi diurni potessero bagnarlo; poi, sui ripiani di marmo davanti alle finestrelle dei botteghino, si vedevano in bell'ordine: un fagotto di coperte e di panni, una bottiglia di vino (da quattro soldi), tre posate per consumare frugali pasti, un bel mucchietto di cotton fioc ancora non utilizzati - a giudicare dal loro biancore - e, per completare il tutto, un po' più discosto, un flacone di Maalox, per sopperire ai bruciori di stomaco notturni originati dai postumi delle bevute e da pasti consumati freddi.
Non male: l'osservazione di quest'ordine domestico ha generato in
me un sentimento di tenerezza, difficile da descrivere, assieme alla percezione di una fiducia di base nei confronti del mondo da parte dell'abitore di questo cantuccio, momentaneamente assente.
La disposizione ordinata - quasi amorevole - di questi oggetti scarni ed essenziali ci mostra con forza un fatto: chi è senza fissa dimora, il più delle volte non per propria scelta, tende comunque a realizzare un angolo dove possa stare in modo confortevole e che possa riconoscere come la propria casa, per quanto frugale, essenziale ed impermanente.



sabato 13 marzo 2010

"Palpebre", opera narrativa prima di Gianni Canova, attira l'attenzione sulla perversione dello sguardo nella società contemporanea


Gianni Canova, alla sua prima opera narrativa, ci regala con il suo "Palpebre" (Garzanti, 2010) un thriller estremo, sconfinante nel genere fanta-horror, attraversando il territorio oscuro e nebuloso dela fabbrica dei porno spinti e degli snuff movies. Il racconto di Canova potrà piacere o non piacere: in quest'ultimo caso, soprattutto, il rifiuto potrebbe essere causato dalle tinte forti che della seconda metà della narrazione. Ma, certamente, a prescindere dal gradimento che potrà suscitare nel lettore,, Gianni Canova riesce a costruire un'interessante elaborazione metaforica della società contemporanea, combattuta tra il rifiuto del diverso (il mondo sotterraneo della clandestinità e dei lavoratori irregolari) e tra una vernice di normalità che apre la porta di servizio al gusto segreto per le peggiori nefandezze, alimentato dalle mafie subito pronte a conquistare fette di un fiorente mercato.
Credo, peraltro, che un romanzo per essere efficace debba essere provocatorio e dissacrante, mai ammiccante e compiacente rispetto al desiderio di alcuni lettori di non essere turbati: in questo senso "Palpebre" è decisamente d'impatto e induce alla riflessione, anche se alcuni suoi elementi sono decisamente non realistici, ma proprio per questo efficace a creare le premesse per un salto verso il mondo della metafora.
"Palpebre" è tutto incentrato sulla perversione dello sguardo e dell'occhio, con una serie di ampi riferimenti a Dante Alighieri e al contrapasso riservato agli invidiosi con la pratica della "cigliatura".
Peraltro, Canova - critico cinematografico di rilievo e professore ordinario di Storia e critica del cinema presso l'Università IULM di Milan travasa nel suo racconto proprio quella prevalenza dell'immagine che ritroviamo nella cultura filmografica, utilizzando ritmo e stilemi narrativi tipicamente cinematografici, quali la molteplicità dei punti di vista di soggettivi.
Sono ovviamente presenti, sparsi nel flusso narrativo numerosi riferimenti cnematografici tra i quali ha una parte di rilievo Kill Bill di Quentin Tarantino, ma anche la scena in diretta della decapitazione dell'americano Nick Berg negli anni del post-11 settembre.
Non c'è salvezza nella sua storia: carnefici e vittime sono tutti dannati, condannati ad un destino terribile e crudele.
La metafora proposta è quella della società che genera mostri per immetterli in un suo circo visuale, al quale si può accedere con biglietti esclusivi da pagare a peso d'oro. Ma l'aspetto più atroce è che anche i terrificanti mostri ibridi creati (è immediato e naturale il rimando a quelli wellsiani di cui si racconta ne "L'Isola del dottor Moreau"), dopo essersi ribellati agli aguzzini da cui sono stati creati mostrano di essere dipendenti da quelle stesse immagini a cui hanno contribuito a dare vita.
Non c'è risoluzione per il protagonista Giovanni Vigo, studioso di Dante ed anche, occasionalmente, giornalista di cronaca nera, ma solo la possibilità di farsi narratore "claustrale" della storia che lo ha visto protagonista, ma rinuunciando per sempre all'uso dello sguardo (nel suo doppio scambio del guardare e dell'essere guardato).

La "cigliatura" è una pratica che originariamente faceva parte dell'addestramento dei falconi per la caccia, poi superata dall'introduzione del cappuccio ad opera di Federico II, grande esperto di Falconeria e autore di un trattato su questa pratica venatoria, ai tempi considerata "nobile" (De Arti Venandi cum Avibus).
Non si deve dimenticare che Federico II, oltre ad introdurre e diffondere l'arte della Falconeria in Italia, fece proprio l'uso orientale del cappuccio durante il periodo di addestramento per tranquillizzare il falco, rendendo questa fase di approccio con l'animale meno crudele: tradizionalmente si usava infatti "cigliare", o, come suggerisce l'imperatore "bloire" il falco.
L'operazione consisteva nel cucire le palpebre dell'animale per poi allentare gradualmente la chiusura della sutura con l'avanzare del livello di addestramento.

Questa la presentazione del romanzo nel risguardo di copertina
A volte per cambiare un destino basta uno sguardo. Uno sguardo come quello che Giovanni Vigo posa su una donna giovane e troppo bella. Uno sguardo che lo spinge a seguirla in uno dei bagni dell'Università Statale di Milano, dove lei entra con un uomo. È così che Giovanni Vigo, studioso delle pene che Dante infligge alle anime dei peccatori nel Purgatorio, si trova a essere l'unico testimone di un omicidio che non lascia tracce. Quel delitto diventa un'ossessione, soprattutto quando viene ritrovato il cadavere dell'uomo, orrendamente mutilato. Per rintracciare Mia, la giovane donna sfuggente e misteriosa, Vigo chiede aiuto all'amico Simmel, cronista di nera. Ben presto Vigo e Simmel si trovano alle prese con una pericolosa organizzazione, che promette di soddisfare le richieste più estreme.

giovedì 11 marzo 2010

Manchester United - Milan. Riflessioni sparse su di una partita di football


Ieri, insolitamente, ho guardato in prima serata la partita di calcio Manchester United - Milan.
Di fronte al "nulla" televisivo era pur sempre qualcosa.
Devo dire che, benchè io non sia un fervente sostenitore del calcio, qualcosa ha attratto la mia attenzione, motivo per cui mi sono dedicato all'osservazione della vicende di gioco, abbandonando uno sguardo semplicemente distratto.
Ovviamente, mi spiace per l'esito finale... e dico questo soprattutto per gli appassionati seguaci del Milan che non voglio in alcun modo offendere.
Devo però dire che vedere il Milan stra-perdere mi procurava un sottile e diffuso piacere, pensando che - nello stesso tempo - il nostro premier friggeva sulla sua sedia, come anche friggeva a fuoco lento il CT della squadra rossonero che, certamente, dopo il fischio di conclusione della partita, avrà ricevuto qualche infuocata e tempestosa telefonata.
Una giusta punizione per un premier che si confeziona leggi ad personam e che, proprio ieri, ha fatto varare - con l'immancabile voto di fiducia - un disegno di legge sul legittimo impedimento che, dalle cariche interessate, potrà essere semplicemente "autocertificato"...
Devo dire che (pur essendo consapevole che la mia è l'opinione risibile del profano) ciò da cui sono stato colpito sono state la compostezza e l'efficacia del gioco di squadra della compagine inglese, a fronte di una generale fiacchezza della squadra milanista, in cui Beckham pareva più che altro un infiltrato, simpatizzante dei suoi ex-compagni (simpatia, peraltro, assolutamente ripagata, senza occultamenti o ipocrisie).
Non ho potuto non notare, peraltro, la generale compostezza dei giocatori del Manchester United, sobri ed essenziali, poco propensi agli orpelli, al capello lungo e alle fasce elasticizzate per tenere raccolte capigliature troppo fluenti: giocatori dall'aspetto semplice, e non da "fighetti" viziati e narcisisti, fin troppo consapevoli del loro ruolo nel visibilio del pubblico italiano.
Fiacchi e includenti i giocatori italiani che, con i loro vezzi, potevano indurre solo fastidio...
Infine, non si può non constatare che anche il pubblico inglese è sobrio e composto nelle sue manifestazioni di supporto indirizzate alla propria squadra del cuore: il giro di vite, imposto alcuni anni fa dal governo britannico per mettere un freno agli eccessi delle tifoserie e dei tristemente famosi hooligan, è stato indubbiamente efficace e adesso si può assistere ad una partecipazione sentita, ma sobria e composta.
Beckman a volte è stato anche appluadito dal "suo" pubblico di un tempo: ve lo immaginate Luca Toni giocare sul campo del Palermo? Non credo che al "traditore" verrebbero dedicati applausi, semmai fischi ed ingiurie...
Infine, a partita conclusa, i giocatori del Milan hanno esibito sorrisi tirati e non hanno fraternizzato con il "nemico".
Si sono ritirati velocemente negli spogliatoi, certi che di lì a poco ci sarebbe stato un infuocato redde rationem.

Ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbe accaduto in Italia di fronte ad una così schiacciante sconfitta.
E c'è da chiedersi perchè dalle nostre parti i provvedimenti governativi siano da sempre così inefficaci per creare le premesse per un tifo sobrio e responsabile, esente da eccessi e da manifestazioni di intolleranza.
Se è vero che "Il pesce puzza dalla testa", credo che l'esempio debba essere dato in primo luogo dalle dirigenze calcistiche, che dovrebbero mettere da parte atteggiamenti arroganti e prevaricatori, e dagli stessi giocatori a cui dovrebbero essere impediti comportamenti narcisisti, vanagloriosi e talvolta sobillatori delle pulsioni più nefaste dei tifosi potenzialmente violenti.
Portiamo i giocatori meno in palmo di mano, rendiamo loro la vita un po' più difficile: che abbiano la sensazione di doversi guadagnare la pagnotta! Forse solo facendo così, il gioco giocato potrà essere migliore e più sportivo, ma soprattutto l'esempio trasmesso a milioni di Italiani potrà essere più incisivo e "trasformativo" rispetto al generale impoverimento morale della nostra nazione.
Il recente film di Eastwood, Invictus, dimostra che, se c'è la volontà politica (supportata da un disegno di ampio respiro, ovviamente), uno sport che attira le grandi masse può diventare catalizzatore di crescita della coscienza civile di un'intera nazione e può produrre effetti aggregativi in direzioni altamente positive.

venerdì 26 febbraio 2010

Sopravvivere al troppo: in un saggio di Giorgio Triani le nostre vite ingorgate di "troppo"...


Viviamo in una società di "eccedenze".
Una società in cui vige il principio della velocizzazione estrema, del "nuovo" a tutti i costi, del riempimento degli spazi temporali in un'assillante ricerca dell'occupazione del tempo libero per fare da contraltare al tempo lavorativo.
Se ci si ritrova, in maniera imprevista ad attendere da qualche parte, mal si tollera l'improvviso arresto di ogni attività...
Ciò è evidente quando c'è da fare una fila oppure quando si verifica un improvviso ritardo nei mezzi di comunicazione.
In simili circostanze, i più manifestano palesemente la propria impazienza, rivelando di non essere in grado di stare con se stessi.
Pochi non se ne danno pensiero.
Accettano il momentaneo arresto dell'incessante vettore lineare e si espandono "trasversalmente" nel tempo che, in modo imprevisto, è stato donato loro.
C'è chi si immerge nei propri pensieri, chi prede appunti, chi prende un libro che fa parte della piccola scorta di essenziali oggetti da viaggio, lo apre e si dedica a leggerne qualche pagina.
In fondo, i libri "tascabili" sono stati reinventati proprio a questo scopo: piccoli libri, di modesto ingombro, da poter portare sempre con sé, nella tasca appunto...
Ma queste sono le eccezioni, non la regola.
Esce adesso, per i tipi di Eleuthera, il libro del sociologo Giorgio Triani, L'ingorgo sopravvivere al troppo, che appunto esamina questo male del nostro tempo: il "troppo"di cui le nostre vite sono infarcite ("ingorgate", secondo la felice metafora proposta dal titolo) e sui modi, attraverso cui si possono trovare delle vie di fuga a ciò (volendolo...).

Questa la sintesi dell'opera

Insalatona, tramezzone, regalone, quizzone, allo stesso modo di Mokona e di Illyssimo o dei 2.300 miliardi di sms spediti nel 2008, esprimono bene questa realtà dell'eccesso che ci circonda, dove, in auto o davanti alla tv, a tavola o sulla spiaggia, a una conferenza o a uno snack-bar, in volo o alle prese con il carrello della spesa, ci si trova invariabilmente a fare i conti con un'irreparabile abbondanza.
Ma la cosa più drammatica e preoccupante è che questo ingorgo – sociale ed economico, tecnologico e mediatico, ambientale e domestico – non dà segno di rallentare: il numero di merci continua ad aumentare, insieme alle superfici di vendita, e fare la fila (anche per entrare in teatro o al ristorante) è sempre più comune, così come «affogare» la propria quotidianità in tempi e spazi – di vita, di lavoro, di divertimento – sempre più densi e intensi, veloci e stordenti.
L'ingorgo, raccontando questa realtà con (inevitabile!) abbondanza di dati, esempi e situazioni, ma con stile sempre scorrevole, intende anche indicare alcune vie di fuga e modi di salvarsi.
Offrendo in conclusione un manuale minimo di sopravvivenza, che è un invito a riflettere. A considerare che chi si ferma non è perduto. Ma è sulla buona strada per salvarsi.

Alcuni, leggendo questo libro, hanno osservato "...mi trovo molto d'accordo con questa breve analisi, chi si ferma non è affatto perduto!"
Io mi sento di replicare a questa affermazione che, anzi, chi si ferma ha tantissimo da guadagnare...
Per questo motivo, le panchine - tra tante altre cose - sono un'ottima soluzione... rappresentano un elogio della lentezza e del tempo fermo, potrebbero anche considerarsi un punto di ancoraggio in un flusso continuo e forsennato che crea nel nostro cervello troppo rumore di fondo...
Come anche il camminare a piedi, preferendo ail mezzo motorizzzato i classici "cavalli di San Pietro" per un lento spostamento con una modulazione delle nostre mete sulla base della loro raggiungibilità a piedi.
Come dedicare del tempo alla lettura nei ritagli di tempo, ma prendendola - laddove non venga spontaneo farla - come un salutare esercizio mentale...
L'altro giorno, dopo essere uscito dal cinema, mi sono seduto su di una panchina nella quale mi sono imbattuto lungo la strada verso casa (per il motivo esplicitato sopra, scelgo i film da vedere sulla base della comoda raggiungibilità a piedi della sala cinematografica dove sono in programmazione) e mi sono fermato per un po', prima a pensare al film che avevo appena finito di vedere, poi a leggere alcune pagine del libro che avevo con me...
Poi, del tutto appagato, a passo lento, senza alcuna fretta, mi sono incamminato verso casa...
Credo che potrebbbero essere queste le scelte vincenti
Abbiamo dimenticato che è possibile vivere, facendo cose semplici, a basso costo e a basso impatto ambientale oppure non facendo nulla del tutto.
Ritrovare, in altri termini, la capacità del non fare (che poi significa conquistare per se stessi spazi di riflessione, di desiderio, di sogno)...

"La semplicità è una complessità risolta", dicono alcuni
E, in questo senso, poter vivere di cose semplici potrebbe essere un dono oppure una conquista ottenuto dopo un lungo percorso di elaborazione.
Il fatto è che il troppo da cui le nostre vite sono ingorgate non genera un pensiero creativo (magari fosse quel caos di cui parla Nietzsche!), ma tout court assenza di pensiero e allontanamento siderale da un contatto le noste emozioni e con il nucleo più profondo del nostro essere.

L'autore
Giorgio Triani
(Parma, 1951), sociologo e giornalista, insegna Sociologia della comunicazione a Verona.

Gli altri suoi saggi:
  1. Bar Sport Italia. Quando la politica va nel pallone

  2. Casa e supermercato. Luoghi e comportamenti del consumo

  3. Sedotti e comprati. La pubblicità nella società della comunicazione

Ringrazio per il prezioso contributo di idee DA, AF e MM, mie amiche in Facebook
.

mercoledì 17 febbraio 2010

La bellezza dentro: una mostra fotografica sulle donne e le madri nelle carceri italiane


Si è svolta a Ravenna, patrocinata dal Ministero della Giustizia, la mostra fotografica "La bellezza dentro. Donne e madri nelle carceri italiane", che è il risultato di una foto-inchiesta condotta in dieci carceri italiani provviste di Sezione feminile (Urban Center - Chiesa di San Domenico - dal 16.01.2010 al 12.02.2010)
Autore delle foto esposte è il fotoreporter Giampiero Corelli.
La mostra, allestita in un suggestivo spazio espositivo nel cuore di Ravenna (un'antica chiesa momentaneamente adibita a spazio espositivo, nei pressi della porta S. Vitale), ha un grande interesse perchè, in verità, non si occupa delle "recluse", ma del tema più ampio delle "reclusioni" femminili.
In questo senso, l'occhio fotografico di Corelli indugia non solo sulle detenute, ma anche sulle guardie carcerarie, anche'esse donne. Le une e le altre appartengono ad un'unica realtà, le une e le altre - per quanto in una posizione relazionale asimmetrica - sono espressione di un'unica reclusione.
Corelli, con le sue immagini, mostra proprio questo, ma fa anche vedere che - al di là del dramma e della malinconia - possono esservi il sorriso, la gioia di vivere, la speranza.
Sarebbe stato troppo facile e troppo scontato, forse, soffermarsi sui guasti del sistema carcerario italiano: troppe inchieste sono state condotte, troppe denuncie sono state portate avanti. E sarebbe stato fin troppo facile estrapolare dal contesto questo filo conduttore: si sa, per altro che le immagini fotografiche, offrendo all'osservazione un singolo pezzo di realtà, svincolato dal contesto, possono mentire o, in alcuni casi, possono essere utilizzate per fare una facile retorica.
Corelli, che ha dedicato gli anni più recenti del suo lavoro "...a indagare l'identità femminile nei suoi aspetti meno conosciuti e consueti (dalle suore di clausura alle madri assassine)" si è accostato a questa nuova impresa con un grande rigore formale.
Nella maggior parte delle carceri femminii che ha visitato (tra le quali si annoverano Rebibbia, la Giudecca di Venezia, il Carcere di Pozzuoli (per Napoli), il "Pagliarelli" di Palermo, il "Gazzi" di Messina), non si è limitato a scattare delle foto, ma ha svolto un accurato lavoro preliminare (che non sempre è stato possibile portare avanti nella sua integrità), consistente in una riunione di presentazione con gran parte delle recluse e le guardie carcerarie di turno, nel corso della quale egli spiegava gli intendimenti della sua ricerca, passando successivamente ad una serie di interviste, che gli hanno consentito di raccogliere del materiale per la costruzione di un video (solo parlato) di "testimonianze", lasciando solo per ultime le session fotografiche propriamente dette.
Le detenute e le secondine, coinvolte in questo procedimento, non si sono sentite come "oggetti" da osservare, ma come soggetti partecipi di un processo e da ciò scaturisce la grande freschezza e la potenza espressiva di alcune delle immagine che Corelli ha colto.
Quindi, si potrebbe dire che la mostra offre un percorso per immagini attraverso il più ampio mondo carcerario sempre declinato al femminile, visto attraverso tutti gli attori coinvolti e i suoi più diversi aspetti culturali: il personale di sorveglianza, di assistenza sociale, i servizi del volontariato.
E' disponibile un catalogo a stampa, edito per i tipi di Danilo Montanari Ediore, che contiene non solo le foto scelte per la mostra, ma anche altre che - per motivi di spazio - non sono state allocate nello spazio espositivo.
Il volume è corredato di un'introduzione di Donatella Stasio, giornalista parlamentare ed esperta di cronaca giudiziaria e, a conclusione, è corredato di una serie tabelle statistiche che illustrano alcuni aspetti della detenzione femminile nelle carceri italiani.
Sarebbe davvero auspicabile poter vedere questa mostra anche a Palermo.
Corelli afferma che a Palermo ha avuto grandi facilitazioni per lo svolgimento del suo lavoro dall'allora direttrice del Carceri "I Pagliarelli".

Dalla presentazione della mostra
Il fotoreporter Giampiero Corelli ha dedicato gli ultimi anni del suo lavoro a indagare l'identità femminile nei suoi aspetti meno conosciuti e consueti (dalle suore di clausura alle madri assassine). In questo contesto si inserisce questa iniziativa, un lungo reportage nelle carceri femminili italiane (da Rebibbia alla Giudecca, da Pozzuoli al Pagliarelli, al Gozzi, alla Dozza) che lo ha portato a visitare una decina di istituti di pena. Non ci si sofferma solo sulle detenute, che pure costituiscono il momento caratterizzante dell'intervento, ma anche sul personale di sorveglianza, di assistenza sociale, sul servizio di volontariato, sul più ampio mondo carcerario anche nei suoi aspetti culturali. La ricerca di Corelli tende a documentare la bellezza dell'essere umano, in questo caso femminile, che conserva e difende le proprie caratteristiche anche in condizioni di disagio e a volte di degrado. Particolare attenzione è rivolta alle detenute madri, comprese tra la privazione della libertà e l'affettività e la speranza di una nuova vita. Mostra fotografica composta da 40 pannelli 83 x 60 cm Stampa B/N a pigmenti al carbone applicata su alluminio sagomato.

Nota biografica
Nato a Sant'Alberto, paese ai confini della valle di Comacchio sul fiume Reno, Giampiero Corelli è iscritto all'albo dei giornalisti in qualità di fotoreporter. Svolge la professione di fotoreporter da oltre vent'anni, prima con il quotidiano Messaggero, poi con il Resto del Carlino.
Collabora con diverse testate giornalistiche e agenzie fotografiche: Ansa, Sintesi, La Piazza avvenimenti, Ravenna Notizie, Il Risveglio 2000, Qui, Media News.
Ha publicato diversi libri fotografici tra i quali "Ravenna 1990-2000","Alle soglie dell'eterno", "Dentro la luce oltre la luce", "Mestieri e volti di una citta del terzo millenio volume 1-2-3", "Muoio ma non muoio", "Mostrami il tuo cane ti diro chi sei", "Mamma mia", "Cocorico frames", "Tempi diversi voci e volti dalla clausura", "Universalmente", "Babbo mio".
Ha esposto in diverse mostre fotografiche in italia e all'estero.

www.corellifotoreporter.it
info@corellifotoreporter.it
 
Creative Commons License
Pensieri sparsi by Maurizio Crispi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Based on a work at mauriziocrispi.blogspot.com.