mercoledì 17 novembre 2010

In Bloody Mary la denuncia delle" nuove" schiavitù: lavoranti extracomunicatori dei campi e del sesso,entrambi trattati con metodi inumani


Bloody Mary (di Marco Vichi, Leonardo Gori, Einaudi 2010) era già stato pubblicato nel 2008 per le Edizioni Ambiente, Collana VerdeNero, una collana che una serie di brevi romanzi "concept" o mini-raccolte di racconti "tematici", tratti da spunti relativi ai crimini ambientali perpretati dalle cosiddette ecomafie. Ognuno dei volumi della collana che oggi vanta già una ventina di titoli, per dare al lettore la posibilità di documentarsi, segue a mo' di postfazione un breve scritto intitolato "I fatti" che fornisce una cornice di decodifica sui fatti reali cui nel romanzo o nei racconti ci si riferisce.
Bloody Mary è un breve romanzo, denso e scorrevole al tempo stesso che tratta di due destini apparentemente separati, di due parabole di vita, una originata (è la storia di Aleya) dal profondo Sud (dal Niger, per l'esattezza) e l'altra (con le vicissitudini di Marek) dalla fredda Europa del Nord (la Polonia di Cracovia): per gran parte della narrazione si tratta di due destini separati e di due storie diverse, ma accomunate da molte affinità che, ad un certo punto, per puro caso si intrecciano.
E l'inatteso convergere ad aprire nei due protagonisti degli orizzonti di speranza, lasciando spazio ad un empito di libertà.
Tuttavia, questa volta i “fatti”, relativi alle attività delle “ecomafie”, (l'interramento dei rifiuti tossici non trattati nei campi destinati alle colture), toccano soltanto tangenzialmente il nucleo più profondo della storia che affronta con durezza il tema delle “nuove schiavitù” e del traffco immondo e bieco di esseri umani all’insegna del profitto.
Il polacco Marek con la sua storia rappresenta in maniera emblematica i nuovi schiavi la cui mano d'opera consente ai big della distribuzione commerciale agro-alimentare di tenere bassi i prezzi al consumo, riuscendo comunque ad avere margini di guadagno importanti. Aleya, invece, bellissima e desiderata, dà voce con il suo racconto al corteo di sventurate che vengono tratte in schiavitù per essere immesse nel mercato del sesso a pagamento, tenute in ostaggio e spogliate scientemente e con metodo di qualsiasi dignità umana.
Il romanzo è davvero ben costruito sino all’inaspettato - e tristissimo - finale in “noir”.
Il "bloody mary" del titolo che si riferisce, ovviamente, al noto cocktail a base di superalcoolici e succo di pomodoro, rimanda quindi, al rosso sangue del pomodoro, la cui raccolta viene effettuata nel SUD d'Italia, avvalendosi di mano d'opera straniera il più della volte costituita da extracomunitari (giunti per vie clandestine) e tenuti in ostaggio dai "caporali" quasi fossero schiavi (e pagati a prezzi da fame, con una serie di tangenti espunte dalla paga giornaliera).
Il poco denaro che riescono a prendere da questo improbo lavoro è al prezzo di sudore e sangue...

Sintesi dalla quarta di copertina
Marek arriva da Cracovia. Educato, bravo figliolo, diploma appeso al muro che vorrebbe prendere a sputi, per quanto è inutile. E partito con il miraggio del lavoro sicuro in Italia: poco importa che sia la raccolta di pomodori, non disdegna certo il lavoro dei campi. Non sospetta lo sfruttamento estremo, la fatica che distrugge, i traffici nauseanti. Aleya invece non ha potuto fare nessuna scelta mentre diventava ragazza in un villaggio nigeriano. Troppo bella per passare inosservata, dunque violentata, rapita e scaricata sulle coste italiane come bestiame da piacere. Dai bordelli di lusso giù fino alla strada. Due giovanissimi, due storie opposte. Il loro incontro innescherà un incendio.

sabato 13 novembre 2010

In "Mano Nera", il balcanico turbo-noir di Custerlina, le vicissitudini della Haggadah, il libro della fratellanza tra fedi ed etnie diverse

Mano Nera (Alberto Custerlina, B.C.Dalai, 2010), per definizione data dallo stesso autore (in un post su "turbo folk - "turbo noir", consultabile nel suo sito web), sua opera seconda, è un "turbo noir", un noir cioè ad ambientazione balcanica e impregnato della concitazione e delle tinte forti e sanguigne proprie del genere musicale balcanico, detto appunto "turbo folk", che rappresenta gli umori popolari e i gusti di quelle genti dai tempi del famigerato Arkan in avanti.

L'intreccio di Mano Nera è semplice: l'omonima organizzazione criminale decide di trafugare la Haggadah, un antico libro custodito in un Museo di Sarajevo e reputato dai popoli balcanici simbolo della tolleranza religiosa e della fratellanza tra etnie di fedi religiose diverse. Lo scopo di tale "rapimento" è quello di far sì che un gruppo religioso si schieri contro l'altro, ritenendolo responsabile del furto, e che si attivino nuovamente le faide e i conflitti etnici con giovamento dei traffici illeciti della stessa organizzazione.
Forze apparentemente avverse lottano per impedire un simile epilogo e per ricondurre il rispettato e venerato Codice nella sua sede naturale a far da garante, con il suo esserci, della pace tra le diverse genti.
La let­tura del romanzo, con la sua nar­ra­zione ser­rata e avvin­cente con per­so­naggi cre­di­bili e trat­teg­giati impres­sio­ni­sti­ca­mente — quasi a unghiate — ma “tri­di­men­sio­nali” e per­fet­ta­mente calati nel con­te­sto, è godibilissima, anche per un lettore colto, visto lo spessore dei riferimenti storici e culturali (basta cercare in internet la voce "Haggadah", per rendersene conto).

La Hag­ga­dah di Sarajevo, il libro rubato dalla Mano Nera e custo­dito nel Museo nazionale della Bosnia-Erzegovina, è impor­tante per­chè è il sim­bolo della tol­le­ranza e, proprio per questo, ha valore per tutti e non deve essere posseduto da nessuno.

E' un libro ebraico di cerimonie, che contiene una collezione di storie bibliche, di preghiere e di salmi che riguardano la Pesach, la festa che celebra la liberazione degli ebrei dall'Egitto. Al mondo esistono tantissime haggadah, più o meno preziose e conosciute. L'Haggadah di Sarajevo è considerata di valore inestimabile, sia per la sua antichità (oltre 600 anni), sia per la bellezza delle sue immagini, per i colori arricchiti con oro e rame, per il fantastico mondo degli animali che vi sono rapprresentati, per gli ornamenti floreali e geometrici, ma anche perchè possiede la particolarità di mostrare immagini di persone, nonostante la religione ebraica lo vieti. Il manoscritto si distingue anche per alcuni concetti insoliti, come ad esempio, quello di immaginare la terra come rotonda. Ciò accadeva duecento anni prima che Giordano Bruno venisse mandato al rogo perché sosteneva una simile, eretica teoria.
Nel corso dei bombardamenti, durante l'assedio di Sarajevo, furono fatti diversi tentativi di devastare il Museo che la custodisce, per distruggerla proprio perchè la continuità della sua esistenza, pe il suo valore simbolico, rappresentava un ostacolo per i fomentatori di discordie.

La storia si dipana con un ritmo incalzante, che non con­sente al lettore di tirare il respiro, quasi da mon­tag­gio cine­ma­to­gra­fico.
Romanzi come que­sto di Custer­lina aiu­tano a capire la sto­ria e realtà che, pur geo­gra­fi­ca­mente vicine a noi, rimangono lon­tane anni luce.
Sono ancora oggi vera­mente pochi quelli che hanno capito cosa sia veramente acca­duto nei Bal­cani e cosa lì stia con­ti­nuando ad acca­dere, nel riac­cen­dersi e nell’evolversi attuale di anti­che osti­lità tra Serbi, Croati, Bosniaci e tra Cri­stiani cat­to­lici, Cri­stiani orto­dossi e Musul­mani, ostilità che - a tratti sedate, come nel momento attuale - rmangono sotterranee e pronte a riaccendersi.
Mano nera, pur sem­pli­fi­cando la com­ples­sità esistente in quei contesti ai fini nar­ra­tivi, getta una luce di com­pren­sione su con­flitti e con­tra­sti ancora vivi.
La nar­ra­tiva di que­sto tipo è straor­di­na­ria per­chè, se ben costruita e docu­men­tata, con­sente di immer­gersi nella sto­ria e venire fuori da que­sto bagno con cono­scenze e idee in più e soprattutto con una forte curiosità a saperne di più. E lo fa meglio di qual­siasi sag­gio.

Alberto Custerlina (Trieste, 6 ottobre 1965) è un insegnante e scrittore italiano. In passato legato al settore dell'informatica, ora affianca la scrittura di romanzi noir alle attività di insegnante e consulente informatico.
È stato finalista 2009 al Premio Camaiore di Letteratura Gialla con il suo romanzo d'esordio Balkan Bang! I suoi romanzi rappresentano un caso particolare nel panorama italiano (lo stesso Custerlina li definisce "Turbo Noir") e sono apprezzati anche per la dettagliata descrizione dei panorami balcanici, di cui l'autore è profondo conoscitore.
Ha un suo sito web personale: http://custerlina.com/

martedì 2 novembre 2010

Nella corsa di lunga lena, traiettorie di vita e destini individuali per pochi attimi si incrociano e poi divergono


Nella nostra vita ci sono traiettorie che s'incrociano e che, a volte, si affiancano per poi divergere.

Correre le maratone e, ancor di più le ultramaratone, espone un po' a questo tipo di esperienza.

Ci si ritrova tutti assieme su di un campo di gara, a volte in poche decine, a volte in centinaia o a migliaia.

Si respira tutti quanti allo stesso ritmo, i cuori battono all'unisono in un'emozionante esperienza di condivisione.

Ognuno, poi, inizia a percorrere la strada data, intento alla conquista del proprio personale traguardo.

Nel corso della via - come del resto accade nei pellegrinaggi - ci si affianca a qualcuno che va al nostro stesso passo e gli si procede accanto per un tempo più o meno lungo.

L'esperienza interiore della condivisione si fa, in questi casi, ancora più forte ed intensa.

A volte si parla, a volte no.

Anche l'esperienza del silenzio è condivisa.

La nostra mente inevitabilmente fantastica sul nostro compagno di via.

Emozioni e curiosità si accendono velocemente e poi svaniscono in dissolvenza.

Poi, il passo di uno prevale su quell'altro, oppure uno dei due viene risucchiato indietro a causa della stanchezza o di un improvviso malessere, mentre l'altro continua ad andare avanti cavalcando la freccia del tempo, al suo ritmo cadenzato come un metronomo.

Quei destini che un attimo prima si erano incrociati, si disincrociano, divergendo.

Forse, con quella particolare persona con la quale si erano pure divisi intensamente dei momenti interminabili e densi (anche senza dover parlare) non ci si incontrerà più per il resto della nostra vita, per quanto si continuino a percorrere senza sosta le vie del mondo.

Eppure, in noi, una traccia - una scintilla - di quell'incontro permarrà a lungo.

Tra i miei cimeli di maratona e di gare cui ho partecipato c'è una foto di grande formato (incorniciata e appesa al muro) scattata all'uscita del Queesborough Bridge (al 25° chilometro della maratona di New York, in occasione di quella che fu la mia seconda esperienza di partecipazione alla maratona della Grande Mela).

Io sono in mezzo a tanti altri e sembra che arranchi di buona lena.

Ci sono accanto a me alcuni anziani, altri più giovani, uomini, donne: siamo tutti intenti in un'esperienza condivisa - compagni di viaggi - tutti con lo sguardo rivolto lontano verso la fine della nostra strada, ma ancora il traguardo è ben lontano ed è meglio non pensarci.

La guardo spesso pensosamente, questa foto, e mi chiedo: Che fine avranno fatto queste persone? Sono ancora vive? Sono morte e se la risposta è sì, come? Quali destini avrà riservato loro la vita?

Tutte domande alle quali non posso purtroppo dare risposte.

Perchè so soltanto di me.

Non di altri.

Il destino ha voluto che in quel particolare momento e in quel luogo noi fossimo lì tutti assieme in un'esperienza condivisa, in un'irripetibile unità di intenti, desideri ed azione.

Ho letto di recente un bel ibro, più che altro un racconto lungo, che parla proprio di questo tipo di esperienza.

Si tratta di Un incontro (del cinese Lin Ychang, per i tipi di Einaudi, 2005) che è la storia di un incontro tra un uomo e una donna, appunto.

Un uomo (Chunyu Bay), ormai anziano, cammina per le vie di Hong Kong, ripercorrendo - mentre si muove lungo quelle strade - le memorie del suo passato, che sente ormai remoto: tanto è cambiato, ma tanti dettagli sono sopravvisssuti all'avanzare della modernità (cosìda indurre in lui un miscuglio di nostalgia e conforto).

Anche una giovane donna (Ya Xing) si ritrova a camminare per le vie della stessa città: lei, invece, è tutta protesa verso il futuro e coltiva una serie di sogni (un po' ingenui, ma pieni di entusiasmo) sul modo in cui si svilupperà la sua vita e sui doni che le sono riservati.

Vivono entrambi nel presente, ma ciascuno dei due segue dei percorsi e ritmi temporali diversi.

Entrambi si trovano ad osservare le stesse cose in maniera speculare (arrivano al punto di incontro ciascuno per vie diverse).

Entrambi si ritrovano per puro caso (il destino?) seduti accanto, gomito a gomito, nel buio di una sala cinematografica.

Ciascuno dei due pensa qualcosa dell'altro, sperimenta curiosità e sente vibrare emozioni.

Poi, alla fine del film, i due si alzano, proseguendo ciascuno per la sua strada.

E' come se i due fossero in movimento lungo due traiettorie diverse che s'incrociano in quell'unico punto.

Eppure, per quanto non sia stata pronunciata nemmeno una parola, l'incontro - per quanto puntiforme - c'è stato e qualcosa si è consumato, con la mediazione dell'esperire comune e condiviso, prima, del camminare per le stesse vie e, poi, dell'osservazione dello scorrere della pellicola cinematografica davanti agli occhi.

Tante volte, questi sono gli incontri della nostra vita.

Incontri muti, eppure densi. Fuggevoli, eppure destinati a durare nel tempo e a radicarsi nel proprio bagaglio di esperienze cruciali.

La storia struggente di un amore non consumato. Il libro, che ha ispirato il film del regista Wong Kar-wai, "In the Mood for Love", segue il percorso di due personaggi nel cuore di Hong Kong. Un uomo e una donna. Un uomo maturo e una donna giovane. Lui, immerso nella memoria, lei, proiettata verso il futuro, sognatrice. Opposti e paralleli, i due percorrono le stesse strade di Hong Kong, incontrano le stesse persone, lo stesso cane nero, la stessa gioielleria, ma tutto ispira loro pensieri e sentimenti rovesciati.

"Visto dall'alto, secondo un procedimento di astrazione progressiva, il diagramma della storia si sviluppa secondo due linee che procedono nel medesimo campo visivo e che arrivano a toccarsi in un punto per poi continuare il proprio tracciato separate" (dalla recensione di Francesco Pettinari su L'Indice).

Il racconto è stato trasposto in film dal regista Wong Kar-wai con l'interpretazione di Maggie Cheung (la donna) e di Tony Leung (l'uomo) con il titolo In the mood for love, con un'interpretazione diversa, eppure al tempo stesso molto aderente: lì, infatti, un incontro fisico, corporale, per quanto fuggente si attiva: ma il senso della storia sotanzialmente non cambia.
Era giorno fatto quando Chunyu Bay si risvegliò e tornò alla realtà. Si stiracchiò, si alzò e andò alla finestra per respirare una boccata d'aria fresca. Il sole del mattino aveva scacciato le tenebre. Fuori dalla finestra c'era un filo per stendere i panni. Un passero arrivò da lontano e si posò sul filo. Dopo un po' un altro passero arrivò da lontano e si posò sul filo. I due si guardarono. Poi spiccarono il volo insieme, uno diretto a est, uno diretto a ovest. (da Un incontro, cap. 42).


La foto, all'inizio, è stata scattata in occasione della 100 km Madrid-Segovia 2010 che ha unito in modo splendida un percorso di pellegrinaggio con la pratica del podismo non competitivo per quanto di lunghissima lena.

mercoledì 27 ottobre 2010

Uomini di Dio: un film sul senso più profondo della fede e insieme manifesto contro i fondamentalismi


Uomini di Dio (Des hommes e des Dieux, di Simon Beauvois, France, 2010) si fonda su di un fatto realmente accaduto nel 1996, in Algeria: sette monaci benedettini, integrati armoniosamente in una piccola comunità algerina,dopo essere stati minacciati, vennero rapiti dalla Jihad islamica e successivamente trucidati. Di essi, dopo qualche tempo dall'eccidio, vennero ritrovate le sole teste.
I film ci mostra questi minuscolo gruppo di uomini che vivono semplicemente (ma intensamente), impegnati nell'alternarsi quotidiano degli atti previsti dalla loro regola fondamentale dell'"ora et labora".
Vivono per Dio, per la preghiera - che con l'ausilio del canto si eleva al cielo - e per la comunità.
Uno dei monaci è medico e con i pochi farmaci disponibili, indeffesamente malgrado l'età avanzata e gli acciacchi, si occupa della salute della piccola comunità di Algerini che sono rimasti a vivere lì, proprio perchè hanno nel monastero un punto di riferimento ("...voi siete il ramo e noi gli uccelli che si fermano a riposare su di esso. Dove andremmo noi, se il ramo se ne va?, chiede una donna della comunità ai monaci perplessi sul da farsi di fronte alle minacce ricevute).
Nel fare dei monaci vige il rispetto: a loro non interessa convertire altri alla loro fede, semmai occuparsi convivialmente del prossimo, e con amorevolezza e dedizione. Dio è per tutti, senza distinzione.
Il film è toccante, anche perchè nel momento del pericolo, i monaci non si offrono come martiri, ma mostrano in pieno le loro debolezze, dubbi, perplessità: poi, alla fine, decidono di restare, perchè la loro missione è lì tra quella gente, in quel luogo. E, andandosene per legittima (e non condannabile) paura, tradirebbero se stessi e il loro voto, prima ancora che la propria fede.
La stessa idea del martirio, in quanto tale, viene ricusata da questi monaci che esprimono senza remore e senza vergogne la paura di morire, sia pur supportati dal loro profondo e sofferto credo). L'epitome di ciò è nella frase pronunciata dal capo spirituale della piccola congrega: ‎"...non ho paura della morte, sono un uomo libero...".
E' una storia che illustra il valore delle proprie convinzioni (non solo in materia di fede, ma anche e soprattutto umane): e riesce a far ciò, proponendo una rappresentanzione degli "uomini di Dio" molto umana e predicando il valore dell'universalità della fede e della possibilità di una convivenza pacifica di convinzioni religiose diverse, messe in crisi e distrutte dalla cupezza omicida del fondamentalismo più estremo.
In questi tempi di odio forsennato, c'è bisogno di film come questi.
Non a caso il titolo originale del film è "Des hommes e des dieux", proprio per sottolineare il valore dell'universalità della Fede e di tutte le fedi e di tutti i credo, che non devono essere fine ultimo e assoluto (perchè così sevono soltanto a tracciare la via del fondamentalismo e dell'intolleranza), ma strumento per affrontare con carità, comprensione ed empatia il mondo e le relazioni con gli altri.

Scheda film
Regia:i Xavier Beauvois.
Interpreti principali: Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Loïc Pichon, Xavier Maly, Jean-Marie Frin, Sabrina Ouazani, Adel Bencherif, Abdelhafid Metalsi, Abdellah Moundy, Farid Larbi, Benhaïssa Ahouari, Idriss Karimi, Abdellah Chakiri, Farid Bouslam, Maria Bouslam, Soukaïna Bouslam, Hamid Aboutaieb, Saïd Naciri, Rabii Ben Johail, Fadia Assal, Zhour Laamri, Olivier Perrier
Titolo originale: Des hommes et des dieux.
Drammatico, durata 120 minuti.
Francia 2010. - Lucky Red
Uscita venerdì 22 ottobre 2010


Il trailer

lunedì 25 ottobre 2010

Cercatori




Un uomo passeggia con il suo cane, al mattino presto.

Raccoglie bicchieri di ogni tipo abbandonati fuori da pub, bar e drinkerie e altri oggettini senza valore

Che, però, ne acquistano, in quanto "trovatelli", come fossero orfanelli da adottare con sollecitudine.


Un uomo

In un giorno di sole autunnale se ne sta immerso sino alla vita nell'acqua bassa vicino alla spiaggia,

con indosso una muta umida da sub vecchia e stinta e un buffo cappidduzzu di lana rossa sulla testa

Cerca, con l'ausilio di un metal detector,

gli oggetti di metallo persi dai bagnanti nei mesi estivi

Ha una cuffia con auricolari giganteschi poggiati sulle orecchie

per captare le variazioni rivelatrici del bip

Con questo tocco sembra un Bug Bunny buffo al bagno, con la muta addosso

Eppure è serio, così profondamente immerso nella sua cerca


Una suorina

Con abito quotidiano, grigio e bianco, i cappelli coperti dal velo,

cammina al mattino lungo una strada di città, deserta

Forse per sbrigare una commissione o recarsi a pregare nella chiesa che si staglia poco più in là

Panchine ad intervalli regolari portano segni rivelatori di bivacchi notturni dei tiratardi del sabato

La suorina si sofferma vicino ad una di esse

La sua attenzione è stata attratta da qualcosa

Si china e si protende verso lo spazio sottostante, ingombro di ogni genere di detriti

Chi sà, forse si aspetta di trovare un rosario abbandonato, un vecchio crocifisso o un'immaginetta sacra

per trarle in salvo e dar loro nuova sacralità riponendole in un'urna o in un sacello

Per lei sono solo queste le cose che veramente contano


Tre cercatori, diversi indubbiamente, ma accomunati da una cosa eguale

Tutti e tre alla ricerca di piccole cose cui danno valore

Più spesso non raccoglierano nulla.

Talvolta riporteranno con sé qualcosa a casa,

cose che per loro avranno un significato, per quel giorno

Sarà la buona sorte, il caso oppure un segno di dio

In ogni caso, un segno di buon auspicio

o anche, come nel caso del cercatore di oggetti di metallo, questione di sopravvivenza


Lontano da qui,

nella mitica Arabia Felix,

ogni giorno uno sceicco depone la sua merda

in uno sfavillante cesso in oro massiccio, circondato dallo sfavillio degli ori della rubinetteria

Nel far ciò, egli dà testimonianza della ben nota equivalenza tra merda e oro.

E' possibile che gli stronzi del nobiluomo, precipitando dentro un WC siffatto,

possano trasformarsi pur essi in oro.

Ma lo sceicco, circondato da tutto quell'oro, non ha nulla da cercare e da trovare.

Tutto quello che vuole ce l'ha, immediatamente.

Ma intanto, giorno per giorno, perde qualcosa di prezioso

Ciò che non potrà mai avere, sarà la benedizione del dio delle piccole cose,

quella benedizione che, in modi diversi, tutti i cercatori del mondo desiderano ottenere e che dà un senso alle loro modeste vite


venerdì 15 ottobre 2010

Aracne davanti a Scilla e Cariddi


E questo ragno minaccioso che ci fa qui?
Con il favore delle tenebre aveva deciso di fare una lunga scarpinata (sempre lunga, malgrado le sue otto zampe) attraverso un deserto, ma proprio quando stava per arrivare al suo porto sicuro (un arbusto su cui finalmente in tutta calma avrebbe potuto tessere la sua tela) si è dovuto arrestare guardingo davanti a due imprevedibili Scilla e a Cariddi di guardia proprio sul punto del suo passaggio.
Scilla e Cariddi si sono protesi in avanti per osservarlo e misurarlo.
Non si sa chi fosse più spaventato, se lo fossero i due guardiani giganteschi o il piccolo ragno.
Il ragno se ne è stato immobile per un bel po', come morto.
Poi, improvvisamente, cogliendo un attimo di distrazione dei due guardiani è scomparso, volatilizzandosi.
Prima c'era e poi non c'è stato più...
In verità, Scilla e Cariddi erano molto timorosi di poter essere tarantolati...
Che lario incontro, però!

Scilla e Cariddi - Sullo scoglio situato nello Stretto di Messina viveva una creatura mostruosa, chiamata Cariddi. Era la figlia della Terra e di Poseidone e, durante la sua vita di donna, aveva mostrato grande voracità. Quando Eracle attraversò lo Stretto con le mandrie di Gerione, Cariddi divorò gli animali.
Zeus la punì colpendola con uno dei suoi fulmini e la fece precipitare in mare, trasformandola in mostro: tre volte al giorno Cariddi ingurgitava masse d'acqua con tutto ciò che in essa si trovava, e così inghiottiva le navi che si avventuravano nei suoi paraggi, poi vomitando l'acqua assorbita.
Quando Ulisse transitò la prima volta per lo Stretto, sfuggì al mostro ma, dopo il naufragio provocato dal sacrilegio contro i buoi del Sole, fu aspirato dalla corrente di Cariddi.
Ebbe tuttavia la furbizia di aggrapparsi a un albero di fico, che cresceva rigoglioso all'entrata della grotta in cui si nascondeva il mostro, cosicché, quando ella vomitò l'albero, Ulisse poté mettersi in salvo e riprendere la navigazione. A un tiro d'arco da Cariddi, sull'opposta sponda dello Stretto, un altro mostro attendeva
al varco i naviganti. Era Scilla, nascosta nell'antro profondo e tenebroso, che si apriva nella roccia liscia e levigata, inaccessibile ai mortali.
A questo nome si ricollegano due distinte leggende. Secondo la prima, Scilla è una figura femminile, figlia di divinità diverse a seconda delle differenti versioni, circondata da sei cani feroci, che divorano tutto ciò che transita nei paraggi.
Anche la storia di come Scilla sia diventata un mostro cambia nelle diverse tradizioni.
Nell'Odissea Omero racconta come Glauco, innamorato di Scilla, rifiutasse l'amore della maga Circe. Costei, per vendicarsi della rivale, mescolò erbe malefiche all'acqua della fonte nella quale Scilla si bagnava. Il corpo della giovane fu trasformato, cosicché dal suo bacino spuntavano i cani
mostruosi.
Secondo altre versioni, Circe aveva trasformato la giovane su istigazione di Anfitrite, innamorata di Poseidone, che le aveva preferito Scilla. Oppure che Scilla era stata punita da Poseidone, per essersi innamorata di Glauco.
Ancora una versione diversa attribuisce la morte della giovane allo stesso Eracle: quando questi transitò nella zona con i buoi di Gerione, Scilla ne mangiò alcuni; ne seguì un combattimento e Scilla fu uccisa.
Secondo la seconda leggenda, Scilla era figlia di Niso, re di Megara. Questi restava invincibile fintanto che avesse conservato in testa un capello d'oro (o di porpora). Quando la Città fu assediata da Minosse, che voleva vendicare l'uccisione di Androgeo, Scilla s'innamorò di lui e, per farlo vincere, tagliò il capello del padre, dopo essersi fatta promettere da Minosse che l'avrebbe sposata, se ella avesse tradito la propria città per amor suo.
Minosse infatti sconfisse Niso ma poi, scoperto con quale crimine Scilla lo aveva aiutato, inorridito la legò alla prua della sua nave e la fece annegare. Gli dei si impietosirono e la trasformarono in airone.

Aracne è una figura mitologica narrata da Ovidio nelle "Metamorfosi", ma che pare sia d'origine greca.
Aracne viveva a Colofone, nella Lidia. La fanciulla, figlia del tintore Idmone e sorella di Falance, era
abilissima nel tessere, tanto girava voce che avesse imparato l'arte direttamente da Atena, mentre lei affermava che fosse la dea ad aver imparato da lei. Ne era cotanto sicura, che sfidò la dea a duello. Di lì a poco un'anziana signora si presentò ad Aracne, consigliandole di ritirare la sfida
per non causare l'ira della dea.
Quando lei replicò con sgarbo, la vecchia uscì dalle proprie spoglie rivelandosi come la dea Atena, e la gara iniziò.
Aracne scelse come tema della sua tessitura gli amori degli dei; il suo lavoro era così perfetto ed ironico verso le astuzie usate dagli dei per raggiungere i propri fini che Atena si adirò, distrusse la tela e colpì Aracne con la sua spola.
Aracne, disperata, si impiccò, ma la dea la trasformò in un ragno costringendola a filare e tessere per tutta la vita dalla bocca, punita per l'arroganza dimostrata (hýbris), nell'aver osato sfidare la
dea.

mercoledì 13 ottobre 2010

Ultrà serbi al Marassi di Genova bloccano la partita Italia-Serbia


Uno spettacolo indegno quello offerto ieri allo stadio Marassi da un pugno di ultranazionalisti serbi, giunti a Genova con l'intento di fare casino a tutti i costi e di prendere letteralmente inostaggio la partita. Peraltro, è stata anche la cronaca di una morte annunciata, dal momento che da più parti era stato detto che questa partita era potenzialmente a rischio e, ora, il giorno dopo, si vanno a vedere tutti "retroscena" e ci "si ricorda" di essi.
Quello che dispiace è che, presi in ostaggio dagli scalmanati, negli spalti della Curva nord, vi fossero anche bambini e ragazzini venuti assieme ai genitori per assistere ad un evento sportivo che, sì, li toccava in quanto Serbi, ma prima ancora li aveva attratti per le sue qualità agonistiche, accoppiate al piacere di una gita in una città non conosciuta.

Resterà indimenticabile il soffermarsi d'una telecamera sul volto smarrito di una ragazzina serba che guarda, ma senza capire, nell'occhio del ciclone di manifestazione di intolleranza, rabbia, violenza che non può comprendere del tutto.
Che forse nessuno di noi potrà mai comprendere del tutto.
Era prevedibile che, una volta sgombrato lo stadio, dopo che è giunta - irrevocabile - la decisione del Giudice di gara che la partita andava sospesa perchè non sussistevano più le condizioni minime di sicurezza per i giocatori, si scatenassero degli scenari di guerriglia urbana tra il manipolo di scatenati ultra serbi e le forze dell'ordine, con risse, lancio di fumogeni e l'incidenza - prevedibile - di tanti feriti.
Le scene di guerriglia urbana post-partita sono quasi un must (anche se, in questo caso, nascevano da motivazioni di ordine diverso) e ci siamo purtroppo abituati, ma quello che è stato davvero inaudito ed inedito sono state le sequenze mandate in direttta nazionale ed internazionale sugli eventi che hanno preceduto la partita e che ne hanno ritardato l'inizio di oltre mezz'ora.

C'è da chiedersi com'è che sia possibile che eventi simili accadano; come possa accadere che personaggi come l'omaccione incappuciato e grande come un armadio (divenuto una sorta di indiavolato caporione ultrà) sia passato inosservato ai controlli che si fanno all'ingresso di ogni impianto sportivo calcistico; come sia possibile che siano stati importati all'interno dello stadio bengala e altri oggetti da taglio e contundenti; come sia accaduto che, considerando la palpabilità delle minacce formulate in anticipo (legate al forte malanimo nei confronti del portiere serbo, ritenuto responsabile della sconfitta con l'Estonia), non si sia attivato un minimo lavoro di intelligence a scopo preventivo e di collegamento tra le forze dell'ordine della Serbia e dell'italia, paese ospitante.
I nazionalisti serbi l'hanno avuta vinta: hanno avuto la loro ora di spettacolo sugli schermi in HD internazionali: quella scritta ostentata su di un lenzuolo bianco "Il Kosovo è il cuore della Serbia" ha inferto un altro duro colpo invece al cuore del Calcio giocato già così duramente segnato dai fatti e misfatti degli ultimi anni.
Una sintesi emozionale di questa la disfatta sono il volto smarrito di quella bambina e il pianto del Capitano della squadra serba per una partita che sarà comunque persa a tavolino 3-0, senza più nessuna chance per la Serbia nella qualificazione agli Europei.


 
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