giovedì 19 giugno 2008

"Io sono pronto": il motto dei podisti davanti alla crisi energetica...

Con l'aumento del costo del petrolio, la crisi energetica si fa sempre più incalzante.
E' un dato di fatto inelluttabile ed ineludibile.
Per alcuni, a giudicare da interviste spontanee rilasciate nei media audio-visivi, l'uso dell'automobile diventa sempre più problematico e già sono tanti quelli che preferiscono lasciare l'auto a casa per recarsi al lavoro, ripiegando su mezzi di trasporto collettivo (i mezzi pubblici oppure quelli privati in "sharing").
Non parliamo poi delle vacanze in auto, un tempo ben più accessibili: tra costi del carburante, pedaggi, lievitazione di tutti iprezzi, meglio lasciare l'auto a casa o, addirittura, per molti è d'obbligo rinunciarci propio alla vacanza.
Chi pratica abitualmente il podismo può ritenersi privilegiato: abituato com'è a percorrere lunghe distanze, correndo oppure marciando, non si sconvolge più di tanto se, facendo un po' di conticini nelle sue tasche, si rende conto che l'uso dell'automobile è divenuto, nel suo bilancio familiare antieconomico e non più sostenibile.
Il podista in più, se proprio ne ha voglia, può dar vita a vacanze eco-sostenibili: scarpe da jogging o da trekking, zaino in spalla e la vacanza è fatta!
Si può anche
fare , volendolo, l'intero Giro d'Italia a piedi (e qualcuno lo ha giò fatto)!
Ogni podista che si rispetti, dunque, davanti ai tempi bui della incalzante crisi energetica, può consentirsi il lusso di non sentirsi turbato più di tanto e può proclamare, quasi intonando un peana di vittoria,

"Io sono pronto!"



Anche se, ad onor del vero, secondo altre scuole di pensiero, un podista di lunga distanza non può mai essere pronto, realizzando con questa vivida consapevolezza il satori dell'essere sempre pronto ("ogni momento è buono per correre su di una lunga distanza", così almeno ci ha insegnato il nostro Master nei lunghi anni di formazione cui ci ha sottoposto).


Devo questo video al mio amico Giorgio Garello
che cortesemente me lo ha inviato.

venerdì 13 giugno 2008

A Palermo, un "segnalibro" del tempo che fu viene cancellato

A Villa Sperlinga, da decenni, c'era una modestissima giostrina, dove generazioni di giovani rampolli della Palermo bene e meno bene si sono divertiti a girare, scegliendo a volte un'automobilina, a volte un cavalluccio, a volte la buffa caricatura d'un cartone animato, un Dumbo o una giraffina, adesso non ricordo, sotto lo sguardo vigile di genitori e nonni e baby-sitter.
Accanto alla giostra, proprio piccina perchè poteva avere un diametro massimo di quattro metri, c'era un baracchino dipinto in verde dove - nei giorni di apertura - stava in bella mostra un ricco corredo di giocattoli in plastica di poco prezzo che le mamme spinte dalle frigne e dai capricci dei propi figlioli acquistavano per poche lire (sì, quando ancora c'era la Lira) e dove era anche possibile comprare un sacchetto di mangime per i piccioni e coriandoli e stelle filanti in tempo di Carnevale.
La giostrina, nel corso degli anni, ha avuto degli alti e dei bassi. Per lunghi periodi è stata chiusa, ma poi - quando riapriva - si rinnovava immutata la gioia delle frequentazioni da parte dei più piccini e dei genitori che li accompagnavano. E' anche successo che i bimbi d'un tempo, diventati genitori, vi abbiano portato i propri figli, attivando una consuetudine trasmessa di generazione in generazione.

Della giostrina ho potuto fotografare soltanto l'assenza

Quando la giostrina era in funzione risuonavano nello spiazzale della villa le grida di gioia dei bimbi e le musiche che accompagnavano il movimento un po' cigolante della giostra: due o tre motivetti sempre ricorrenti, tipo canzoncine e refrain dello Zecchino d'Oro nei tempi più antichi e qualche motivetto dei cartoni animati della Disney in tempi più recenti.
L'altro giorno, ho notato che la giostrina - da molti mesi silente - era tutta circondata dalla stringa segnaletica bianco-rossa, come se ci fosse l'esigenza di delimitare una sorta di "crime scene" in villa: insomma, pane per i denti di Montalbano - si sarebbe potuto pensare!!!
Ed invece no, quel nastro segnaletico stava semplicemente ad indicare "lavori in corso".
Ma quali lavori?
Mi piange quasi il cuore a dirlo: erano i lavori per lo smantellamento della giostrina che, dopo anni di confortante presenza anche quando era immobile e silente, ci ha lasciato per sempre, quasi in punta di piedi.
Nel giro di pochi giorni, è stata fatta piazza pulita: dapprima sono stati rimossi la sovrastruttura, il baracchino adiacente e il casotto della biglietteria e, infine, anche il basamento di cemento che si elevava dal terreno cirocostante con due gradoni e dove, in tempi successivi, per ovviare all'inconveniente degli scalini era stato anche fatto un piccolo scivolo per facilitare nell'accesso i genitori di bimbi disabili, ma anche i più piccini spinti dalla mamma sul passeggino. Pensate un po': una giostrina il cui gestore, un omettino piccolo piccolo, sempre taciturno ed una sigaretta alla Yanez sempre pensolante dalle sue labbra spenta o acccesa, aveva anche pensato all'abbattimento delle barriere architettoniche!!!
Dicono alcuni che già il Comune ha dato l'appalto per la costruzione - nello stesso sito - di una giostra più moderna e funzionale.
Rimosso il nastro segnaletico, alla fine dei lavori, rimane soltanto come traccia della giostra un cerchio più scuro che spicca sul terreno ben chiaro circostante.
Chissà se quella nuova riuscirà a soppiantare nel ricordo e nel cuore di tanti la modesta giostrina del tempo che fu: anche se sarà più bella e scintillante, fatta di cavallucci altalenanti con l'accompagnamento di musiche più moderne, non riuscirà certamente a colmare un doloroso vuoto della memoria.
Ma i nostalgici siamo soltanto noi che abbiamo vissuto queste trasformazioni.
Noi, in fondo, siamo quelli "sbagliati"...
I più giovani che oggi frequentano Villa Sperlinga - intendo dire i giovani adolescenti, viziati dai troppi indumenti ed accessori super-griffati e da automobiline-scooter da 10.000 Euro, oltre a stazionare per ore in un preoccupante vuoto di iniziative e di motivazione, in accessi di vandalismo e di bravate (basati sull'asserto "Vediamo chi è più forte") rompono le panche di pietra, divellono le staccionate di legno che delimitano alcune aiuole, sollevano pesanti griglie di ghisa che filtrano nei tombini le acque piovane, lanciandole, come segno di forza, nella vasca vicina, dove di pesci rossi sottoposti al bombarsdamento di questi oggetti e di altre aassortite immondizie non ce n'è più nemmeno l'ombra.
Sono certo che loro non si sono accorti della demolizione della giostrina... e di questo sinceramente mi dolgo, perchè penso che la vita è più povera se non si prova ogni tanto quel sottile, prezioso, sentimento della nostalgia.

PS - Dopo pochi giorni, ecco già la nuova giostrina troneggiare tutta tronfia e scintillante. hissà se potrà essere amata come lo è stata dai bambini di un tempo, anche quando a loro volta divenuti genitori ci hanno portato i propri bimbi? Oggi, ai bimbi si regalano macchinine elettrificate, I-pod, nintendo e playstation varie, telefonini multifunzioni: la gioia a poco prezzo di una giostrina sicuramente sarà sempre meno interessante.
A meno che qualcosa non cambi.

giovedì 12 giugno 2008

Le meraviglie del "pani cunzatu" di Scopello

Ci sono delle tradizioni decisamente dure a morire (per fortuna).
L'altro giorno a Scopello ho fatto sosta in un angolo senza tempo nel quale amo immergermi di quando in quando, in corrispondenza del fondo d’una piccola stradella a cul de sac che s’imbocca poco oltre la suggestiva piazzetta del Baglio.
All'angolo, un'insegna di legno ossidato dalle intemperie, con i caratteri incisi a fuoco promette "Pane cunzatu". In fondo alla strada la cui suggestione è accresciuta dal selciato di rotondi sassi di spiaggia, si apre l'ingresso di un forno (ammodernato con tutti i crismi, a dire il vero) dove si può degustare – con l’esborso di una cifra davvero modesta (anche nel confronto con ciò che si deve spendere per mangiare scadenti panini di plastica) - un prelibato pani cunzatu, il cui gusto - nel corso degli anni - non è mai cambiato.
I "nostalgici" dei buoni sapori del tempo che fu possono essere certi che andando a far visita a questo antico forno di quando in quando potranno sperimentare ogni volta (anche a distanza di anni) stessa fragranza, identiche sensazioni gustative ed olfattive, Ovviamente è anche l'atmosfera a creare questo risultato così peculiare.
Un angolo fuori dal tempo, dicevo.
Davanti alla rustica bottega si apre una patio delimitato da un muro basso che delimitata questo spazio interno dai giardini circostanti e dall’infinito del cielo soprastante. Tale spazio è ingentilito da una rustica panchina di pietre a vivo che gli gira tutt'attorno (la magie delle panchine, dove si può sedere a”perdere tempo”, dunque a guadagnar tempo!!!) e ombreggiato da begli alberi da frutta (un paio di piedi di fico, un fronzuto albicocco e, forse, anche un gelso.
Rustici tavoli sono collocati ai piedi degli alberi.
Non c'è nessuna concessione alla modernità, se non nella plastica di tavoli e le sedie, peraltro rustici ed essenziali.
Un gruppo di "paesani” se ne sta seduto al centro della zona d'ombra più densa, chiacchierando fitto e raccontando delle storie riguardanti persone non presenti e, come è usanza, la storia viene narrata nei minimi dettagli - un bel lavoro di taglio e cucito con la rava e con la fava - con un intercalare di esposizione molto concreta di fatti minuti, di giudizi e valutazioni.
È appunto una narrazione senza tempo, fatta da chi non ha fretta di bruciare il tempo che ha a disposizione. I "paesani" devono essere amici del gestore del forno: dai resti posti al centro del tavolo è evidente che hanno appena finito di fare un'abbondante colazione (accanto ad una caffettiera Moka ci sono ancora alcune brioche parzialmente smangiucchiate e dei frutti di stagione).
È in quest'attmosfera che mi viene servito il pane cunzatu: il suo sapore è arricchito da questo contorno ambientale e dalla netta percezione che, sedendomi a questo tavolo, sono entrato in una dimensione di tempo "lento", a differenza di quanto avviene a meno di 100 metri in linea d'aria nella piazzetta del baglio, dove oggi - come espressione della modernità incalzante - ci sono diversi bar e luoghi di ristori chiassosi (dove pure servono il pane cunzatu, che però non è la stessa cosa di quello dell'antico forno).
Ma che cos’è questo pane di cunzatu di Scopello! Una perfetta combinazione di sapori, odori, fragranza e qualità del pane sia nel crocchiare della crosta sotto i denti sia nella morbidezza compatta della mollica!
Il piacere di degustarlo si fa ancora maggiore se lo si accompagna con un buon vinello rustico rigorosamente servito in caraffa, oppure con una "vastasissima" birra ben ghiacciata.

"Pani cunzatu" altro non significa che "pane condito" ed è un desinare "povero": per questo motivo a volte - in alcuni contesti - viene indicato anche come "pane alla disgraziata" o “pane della disgrazia”. In altri termini - così come il classico pane e panelle - è una di quelle formule dietetiche in cui, in assenza d’un companatico ricco di nutrienti nobili (proteine) si arrichisce il pane di sapori, di sollecitazioni olfattive con l'aggiunta di condimenti di poco costo. L'estremo, in tempi di penuria, era quello di comprare un pezzo di sarda per strofinarlo sul pane, prima di mangiarlo dopo averlo riscaldato, in modo da potere sentire quantomeno l'odore ed il sapore della sarda salata, anche se la sarda se ne rimaneva per così dire "a mare". Da questa usanza derivò l'espressione felice e pittoresca "leccare la sarda" o "far leccare la sarda" detta – quest’ultima di persone che, pur avendo i mezzi per essere un po' più generose, tengono i propri simili a stecchetto, imponendogli metaforicamente di mangiare il pane con il sapore di sarda.
Tornando al pani cunzato, va detto che, pur essendo tipico della Sicilia, con il variare delle zone geografiche presenta differenze sia nella forma (e nel gusto) del pane utilizzato, sia nel condimento, sino a moderne interpretazione che fanno a ricorso a “farciture” che sobrie non sono e sono decisamente all’opposto di ciò che sipuò definire come cibo “povero”.
Questi sono gli ingredienti di base del pane cunzatu più tradizionale, comuni alle varie zone: pane caldo preferibilmente casereccio (cotto a legna), olio extravergine di oliva, pomodorini freschi (o, in alternativa, secchi), pecorino o provola, origano.
Ai condimenti di base si aggiungono, a seconda dei contesti, olive nere, acciughe, sale, pepe e peperoncino. Le acciughe (o sardine sott'olio) vengono utilizzate in combinazione con il pecorino o come alternativa ad esso.
Come per tutte le ricette “povere”, nel pane cunzatu il risultato finale è direttamente proporzionato alla genuinità e freschezza degli ingredienti. E, in ogni caso, quello fatto a casa propria non potrà mai realizzare quell'unica combinazione di sapori ed odori che ha quello originale: ogni volta che tenteremo di farcelo da noi, non sarà mai esattamente quello che ricordiamo e quindi rimarremo in parte delusi.
In Sicilia, la tradizione del pane cunzatu è tuttora molto viva e ci sono numerose sagre dedicate proprio a questo mangiare povero tra le quali ricordiamo quella che ha luogo a Santa Ninfa (TP), in occasione della festa della Santa patrona, ricorrente il 10 novembre.
Oppure, quella di Selinunte, a ridosso del parco archeologico più grande d’Europa (Castelvetrano, in provincia di Trapani) che, in genere, si svolge a settembre nell'arco di tre giorni consecutivi. Qui in particolare, i pescatori della cooperativa “Selinunte Pesca” e i panificatori di Marinella di Selinunte, nel 2006, hanno stabilito un record da Guinness dei primati, predisponendo 1000 metri di "pani cunzatu", mentre nel 2007, in occasione della quarta edizione della sagra hanno “migliorato” il record precedente, realizzando 1.050 metri di pane, condito con sardine, pomodoro, olio e origano. In questa circostanza, location della kermesse è stata lo scalo di Bruca (u scaru), il piccolo porto della borgata e le vie Marco Polo, Pigafetta, che arriva sino a ridosso del parco archeologico. Il lungo pane è stato sistemato su un traliccio di legno, ad altezza d’uomo.

sabato 17 maggio 2008

La vita è sogno: e, a volte, il sogno è realtà


Come spesso mi capita, in bici ero uscito alle prime ore di un giorno di primavera per sbrigare alcune commissioni, godendomi del pari il bel fresco mattutino.
Dopo avere girovagato in giù ed in su per un po' di tempo, mi son fermato e ho legato il mio velocipede (anche con la bici, la filosofia è: "Posteggia e passeggia...") ad un provvido palo, con catena antifurto e tutto il necessario, bloccando entrambe le ruote tra loro.
Me ne sono andato tranquillo e, dopo un po', son tornato fischiettando, rilassato.
Il fischettìo giulivo, però, mi s'è spento d'un tratto tra le labbra...
Grande è stata la mia sorpresa (e il disappunto) nel vedere la bici splendente e ben oliata di prima trasformata in orrido rotttame.
Tutto ciò che si poteva asportare era stato divelto selvaggiamente, i copertoni e le camere d'aria strappate via e bruciate, i cerchioni che non potevano essere rimossi perchè incatenati tra loro e al telaio, dovevano essere stati sottoposti a trazioni selvagge ed erano contorti con molti dei raggi spezzati che sporgevano in fuori. Il sellino era stato asportato e così pure tutti gli accessori, fanalini, fanaletti, borsa, borraccia. Persino la vernice era stata grattata via in un impeto di vandalismo selvaggio e, per di più, quel che rimaneva del misero telaio appariva in più punti bruciacchiato e semifuso.
Disastro!
Catastrofe!

Sono rimasto rimminchionito a contemplare lo sfacelo.
Il mio mezzo di locomozione distrutto miseramente...
Non ho potuto fare altro che starmene per un po' a meditare sull'assurdo quotidiano, non senza augurare alle mani che avevano compiuto un cotale scempio la peggiore legge del taglione... come atrofia rinsecchimento lebbra ulcerazioni puteolenti e gangrena, nessuna di tali iatture tale da causare la morte, ma solo perenne sofferenza a memoria del misfatto compiuto e stimolo al ravvedimento...

Portando con me quel che restava della bici (trascinandomela appresso, cigolante e gracchiante) sono andato dal mio biciclettaio di fiducia, affidando il povero relitto alle sue provvide cure.
Lui mi ha detto, inarcando il sopracciglio: "Provvederò!" (ma, evidentemente pensando, "Non è cosa!"). Tanto era lo scempio che, probabilmente, sarebbe stato meglio fare la gran rinuncia ed acquistarne un nuovo bolide: uno di quelli che fiammanti e lustri se ne stavano appesi alla rastriellera in buon ordine in attesa di un nuovo acquirente.
Avrei potuto e non l'ho fatto: sono un nostalgico e quella era la bici che aveva comprato (ed usato) mio padre...

Puff Puff!!! Pant Pant!!!
Per fortuna, amici miei, si è trattato solo di un sogno.
Un sogno di qualche giorno fa, dal quale mi sono risvegliato di soprassalto, un po' inquieto e preoccupato... ed anche sudaticcio ed ansimante, con il cuore in gola, com'è giusto che sia con tutti gli incubi di questo mondo...
Il sogno era radicato nella realtà, tuttavia.
Qualche settimana prima, ero andato in centro per seguire una conferenza e avevo lasciato la mia bici legata all'inferriata che recingeva una chiesa (Casa Crofessa di Palermo, oggi sede della Biblioteca comunale). Al mio ritorno, con mio grande scorno, mancava il sellino (ma anche una piccola borsa porta-oggetti, attaccata al telaio, per mezzo di piccoli supporti di velcro).
Qualcuno aveva cercato di rimuovere l'intera bici, scuotendola con furore forsennato e, non riuscendo a spostarla, per ripicca, aveva portato via tutto ciò che - senza troppo dare nell'occhio - si poteva asportare.
Mi sono dovuto adattare a fare i circa 6 chilometri che mi sepavarano da casa pedalando in piedi senza mai potere riposarmi con la comoda seduta sul sellino.
L'anabasi è avvenuta, quindi, con piglio quasi fantozziano...
Come nel sogno, di lì a pochi giorni sono andato dal mio biciclettaio di fiducia.
La bici è stata riparata ed ora è ancora più bella di prima...

Un'altra volta - sempre nella stessa zona, questa volta davanti alla sede centrale dell'Università (e parliamo di quando io ero studente universitario) - avevo lasciato un'altra bici attaccata con tanto di catena ad un palo. Al mio ritorno, dopo nemmeno un'ora, la bici era scomparsa (anche se - a mo' di beffa - ai piedi del palo rimaneva la catena che la legava, ben chiusa, come in un Giallo che si rispetti). Un posteggiatore abusivo che s'aggirava lì nei pressi mi fece capire, con frasi ellittiche, che, se ero disposto, a pagare un congruo obolo, forse la bici si sarebbe potuta ritrovare. Io gli girai le spalle e me ne andai, adirato, non disposto in alcun a sottomettermi al sopruso: e quella fu una bella bici persa persa per sempre.
Andando ancora più indietro nel tempo, una bellissima Bianchi da passeggio, leggera, con manubrio sportivo e cambio Campagnolo a cinque marce (in verità, ancora una volta di proprietà di mio padre che me la prestava, un po' a malincuore), mi venne sottratta, mentre era parcheggiata all'interno della recinzione del Liceo Garibaldi: beh, in questo caso, si potrebbe commentare "Anche nelle migliori famiglie...!", trattandosi di uno dei migliori licei cittadini, allora frequentato dai rampolli della buona borghesia palermitana. Fui a lungo rimproverato da mio padre per la mia sbadataggine e la mia noncuranza, se non per la mia colpevole negligenza: fidandomi ingenuamente del fatto che nessuno, all'interno della scuola, avrebbe mai rubato la mia bici, non l'avevo assicurata con un catenaccio.
La sottrazione della Bianchi, purtroppo, segnò la fine dell'era dei prestiti fiduciosi da parte di mio padre che, dopo quella volta (avendo preso atto della mia inaffidabilità) decretò autorevolmente ed in modo definitivo: "Da questo momento in avanti, ognuno usi la sua bici!".
Un vero peccato, per me, perchè le sue bici erano sempre più belle delle mie...

domenica 11 maggio 2008

“L’ultima missione”: un noir dalle tinte cupe, in un rivolgimento paradossale, si fa inno alla vita e all’amore

Schneider, poliziotto alla deriva e “sommerso” dal suo dolore, indaga tra i fantasmi del passato e i contrasti coi colleghi corrotti. Justine, sopravvissuta assieme alla sorella al massacro dei genitori 25 anni prima, attende l'uscita di prigione dell'assassino che Schneider stesso aveva arrestato. Un polar personale e disperato che, pur se imperfetto, apporta qualcosa di nuovo al genere. “L'ultima missione” è anche la storia della "redenzione" di un poliziotto abbandonato al dolore e chiude la trilogia (poliziesca) di Marchal sulla solitudine, la disperazione e l'erranza.
Il film di Marchal esordisce, come tutti i noir ("polar", così i Francesi definiscono i neo-noir) con atmosfere cupissime e crepuscolari, intensamente claustrofobiche, in cui mancano quasi del tutto le riprese all'aperto e i campi lunghi che diano allo spettatore un po' di respiro.
Buona parte del film si sviluppa in interni bui - appena rischiarati da fioche lampade - o di notte, con un'esasperazione radicale dei contrasti e, in alcuni casi, anche con una forte abolizione delle tonalità intermedie ed un’ipersaturazione dei colori base della gamma cromatica.
Il poliziotto Schneider, immerso in una spirale di deriva esistenziale e di lucida volontà di dissolvimento, appare livido - come tutti gli altri poliziotti, quasi tutti corrotti (ben pochi i "salvati" nel giudizio del regista).
Le scene in flashback, invece, sono rigorosamente in bianco-nero, velocizzate al massimo e rese per esplosioni di dettagli esasperati, ma tanto concitate che non è possibile registrarne i particolari: ciò è funzionale ad enfatizzare la soggettività di Schneider e Justine, entrambi alle prese con i propri fantasmi personali e con l'impossibilità di un'autentica elaborazione del dolore.
Il volto di Schneider, scavato da ombre profonde, è cadaverico, come se egli fosse da tempo morto. Nel definire gli altri co-protagonisti - poliziotti disonesti senza rimedio e venduti ad un sistema che tutto vuole fuorché la ricerca della verità, rappresentati come "ipertipi" quasi grotteschi - si ravvisa una ridondanza che li porta ad essere dei clichè categoriali ed assoluti.
Forse, proprio per questo, la vicenda narrata da Marchal (ex-poliziotto lui stesso, con un servizio nel nucleo antiterroristico di Versailles) appare disperata ed eccessiva, profondamente esistenziale: la storia di un uomo che, ormai sulla via del declino e alcolizzato, subendo il peso insopportabile di essere un sopravvissuto alle persone che gli erano più care, vuole scontare da vivo la morte che non l'ha preso, quando avrebbe dovuto, è efficace e capace di alimentare un nucleo di emozioni profonde nello spettatore.
Viceversa, l'altra protagonista "in parallelo", Justine, vive drammaticamente il ricordo, mai elaborato, della morte atroce di entrambi i genitori per mano di un brutale killer e, a causa di esso, non riesce a vivere con gioia autentica ed abbandono alcun momento della sua vita, dominata com’è dall'angoscia e dalla paura.
Mentre si dispiega l'indagine per fermare un serial killer autore di efferati delitti a sfondo sessuale (in cui Louis, pur sospeso dal servizio, avrà un ruolo decisivo) avviene un incontro catalizzatore che, paradossalmente, genera vita e voglia di vivere in Justine e desiderio di "liberazione" definitiva in Louis, che si attiva per compiere appunto la sua "ultima missione". Soltanto nel finale, si scioglierà la cupezza e il dramma giungerà alla sua risoluzione: il crepuscolo e le atmosfere mortifere lasceranno libero campo ai pieni colori dell'amore che, pur mai espresso, emerge con prepotenza in un intenso inno vitalistico, punteggiato dai vagiti di una nuova vita.

I noir (sia i romanzi, sia i film) si differenziano dal giallo classico perché il loro scopo non è solamente raccontare e risolvere un crimine. Alla fine della storia che vi è narrata il lettore deve riflettere, sulla base di ciò che ha letto o visto (sulla base di ciò che lo ha colpito emozionalmente), sulla realtà che gli sta intorno, deve sentirsi costretto ad analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che è riuscito a raccogliere dalla vicenda: si comprende bene perchè nelle narrazioni noir la soluzione del crimine passi in secondo piano, poiché ciò che interessa maggiormente è lo scavo psicologico dei personaggi e lo studio di una certa situazione. Alcuni critici (tra i quali Valerio Evangelisti, geniale scrittore esperto in "contaminazione" dei generi) sostengono che, proprio per questi motivi, i noir sono un genere narrativo vitalissimo ed attuale che rappresenta un potente strumento di conoscenza e analisi della realtà contemporanea.

domenica 27 aprile 2008

"L'estate del disincanto": alla fine, di quello che si è vissuto restano i racconti

Durante un mio recente viaggio in treno (era da tanti anni che non ne facevo esperienza) mi sono immerso nella lettura di uno dei libri che avevo con me. In verità, lo aveva già iniziato qualche giorno prima, ma c'è stato bisogno che fossi in treno per potermi immergere totalmente in esso: i ritmi lenti dello spostamento, le lunghe soste ed una sensazione molto più profonda e viscerale d'essere in viaggio, hanno favorito particolarmente la possibilità di entrare con tutto me stesso nel flusso del testo e dell'avventura.
Il romanzo era particolarmente adatto alla mia condizione di viaggiatore in transito da una condizione all'altra, proprio per la sua natura di storia d'avventura e di "formazione" (nonchè di iniziazione): comprato quasi per caso in libreria, senza che sapessi nulla del suo autore, ma soltanto perchè, sollevandolo da una quantità di altri libri collocati nel tavolo d'esposizione, mi aveva attratto la sua copertina: la prua di una barca di pescatori dal fasciame solido e compatto, incrostata di alghe e denti di cani, con un'attenzione marcata - e, si scoprirà, molto voluta - alla linea di confine tra "opera morta" e "opera viva".
"L'opera morta è quello che si vede della barca, mentre la viva sta sotto il pelo dell'acqua, è la chiglia bagnata che si assesta di continuo. gonfia e battente, e ci crescono i coralli, le alghe, i denti di cane".
Si sa che i libri si scelgono spesso non per il loro contenuto, ma per le loro "soglie" che, con immediatezza parlano al nostro inconscio.
Si tratta di "L'estate del disincanto", scritto da Simone Perotti che, essendo - come si apprende dai risvolti di copertina - appassionato di marineria, "navigatore", affittabarche, skipper e istruttore di vela, è riuscito a travasare in queste pagine tutta la sua passione, trasformandola in capacità di riflettere sul significato della vita.
Questo il mio commento al romanzo (in http://www.internetbookshop.it/:
Non a caso, il bel romanzo di Perotti ha, tra le sue "soglie", la mini-recensione di Bjorn Larsson, grande scrittore d'avventura nel senso moderno del termine. Non a caso, Larsson colloca l'autore tra Stenvenson e Salgari, affermando che in più - la sua scrittura è arricchita dai forti sentimenti dell'amicizia adolescenziale (tanto più forte quando si trae radici dai giochi condivisi dell'infanzia) e dalla scoperta dell'amore. Quella di Perotti è una bella storia di iniziazione che si svolge in una cornice di tragici e grandiosi eventi, alla fine della II guerra mondiale nello scenario marittimo del Mediterraneo. Ci sono proprio tutti gli ingredienti del romanzo d'avventura: le fughe a vela, il confronto con la tempesta, i personaggi loschi e minacciosi (il Corsaro), "magici" (la nonna di Maria e la stessa Maria) e altri indimenticabili caratteri - come Altomare - dal passato avventuroso e strano, capaci di raccontare molte storie affascinanti - autentiche storie nella storia. Molto modernamente - la storia di Perotti è anche un romanzo d'inizazione - un "bildungsroman" nel senso più autentico del termine: la descrizione vivida ed intensa della transizione di Galbo, Nino e Maria dalla spensierata età dell'infanzia all'adultità, attraverso un vero e proprio rito di passaggio, drammatico e ardimentoso (dall'esito, sino all'ultimo, incerto - come tutti i riti di passaggio). Attraverso questo transito periglioso (al contempo ricco ed affascinante) i tre scopriranno il significato forte ed intenso dell'amicizia e dell'amore, ma potranno anche intraprendere con vigore il loro viaggio attraverso la vita (ma con l'acquisita consapevolezza della fondamentale incertezza di tutte le cose). Dice Perotti, facendo riflettere uno dei suoi personaggi-chiave, alla fine della vicenda: "Cosa ci spinge avanti, se conosciamo la fine? Nel mare, come nella vita, i segni durano poco. L'acqua poi si richiude, e le cose non sono state mai state. Restano soltanto i racconti". D'un racconto straordinario ci ha dunque fatto dono Perotti, intriso com'è di tutte la sua conoscenza del mare e della navigazione e che, indubbiamente, sono la sua grande passione.




domenica 6 aprile 2008

Il mio ultimo giorno di lavoro

Il 31 marzo è stato il mio ultimo giorno di lavoro come dirigente medico dell'Azienda USL 6 di Palermo. Con i miei colleghi attuali e con quelli dell'Unità operativa che diretto per tanto tempo (per quasi tutta la durata della mia vita lavorativa: sino all'Aprile del 2004) abbiamo fatto una bella festa. Ero, sì, emozionato, ma non tanto per ciò che lasciavo, piuttosto per essere arrivato ad un momento che, da qualche anno, avevo molto desiderato: la fine del lavoro, l'inizio della vita da "pensionato", che in verità - per me - coincide con l'idea forte della riconquista della "libertà" e dell'affrancamento dalla schiavitù dell'orribilissimo badge e dalla contabilità minuziosa e solerte di minuti e secondi, l'inizio d'una nuova era in cui, dopo il periodo felice degli anni d'Università, si riapre per me la possibilità di andare dove voglio, quando voglio, senza dovere compilare moduli e contromoduli, senza dover chiedere permessi a nessuno. "W, la libertà!": questo è lo slogan che mi sento d'intonare come peana, anche se poi - a ben vedere - la libertà assoluta non esiste e, una volta sciolti i vincoli che ci legano, ne compaiono sempre di nuovi, inaspettatamente. Ma è anche vero che - assieme a nuovi vincoli - s'aprono possibilità prima inedite.
Nello stesso tempo, ho avvertito dentro di me una strisciante malinconia
(che c'è tuttora): quando s'arriva ad una meta agognata, ci si rende conto che la conquista in sé non conta. Si ha nostalgia del viaggio che si è appena finito di compiere. In effetti, la cosa più importante è il viaggio, nel corso del quale, mentre si alimenta costantemente il desiderio di raggiungere una meta data, succedono delle cose meravigliose: basta saperle vedere e farne tesoro. Quando s'arriva a quella meta ambita, ciò che volevamo raggiungere, il più delle volte, si rivela essere insignificante (e si depotenzia), ma è - nello stesso tempo - importante perchè diventa un nuovo punto di partenza dal quale occorre sapersi rimettere in viaggio, sempre e di nuovo, senza abbandonare mai lo statuto di viandante e continuando a trovare altre mete che implicano strade e strade da percorrere.
La meta è il viaggio, dice il saggio...

Ma, tornando alla mia festa, sono stato veramente contento che, dal "mio" ex-SerT (servizio tossicodipendenze), siano venuti praticamente tutti i rappresentanti della "vecchia guardia" e non quelli che si sono aggiunti nel corso degli ultimi anni. Queste presenze (sommate alle assenze di altri) mi hanno consentito di mettermi in contatto, nella mia memoria, con i primi anni di vita del servizio, quando tutto era ancora in statu nascendi e c'era tanto, tanto entusiasmo: perché tutto era nuovo e tutto doveva essere inventato giorno per giorno, con spirito di servizio e con dedizione.
Poi, i tempi sono cambiati sono arrivati i contrasti e le difficoltà, anche di tipo istituzionale: nesuna garanzia, nesuna protezione, solo molte incertezze, impossibilità di risolvere molti problemi, il dover vivere dopo giorno, attendendo catastrofi imminenti e la spiacevolezza di grane a mai finire. Tutto è diventato faticoso e frustrante: è stato allora,
forse già nel 2000, che ho cominciato a desiderare di andare via.
E, in effetti, dal quel Ser.T me ne sono poi andato per concludere i miei giorni lavorativi nella sede del Distretto sanitario 13, con uno stato d'animo sereno, ma senza recuperare la fiducia nell'istituzione, nè ritrovare quelle idealità che avevano accompagnato i primi anni del mio inserimento laorativo, quando alla seduzione della libera profesione in una bella torre d'avorio avevo preferito entrare nell'allora nascente Servizio sanitario nazionale (1978: nel 2008 se ne celebra il trentennale) per essere utile e per mettere le mie competenze professionali al servizio di tutti.
Contento della ritrovata libertà, non posso non provare amarezza, constadando che viviamo sempre più in un epoca di cinismo che ha decretato la fine del lavoro, come lo intendevamo noi quando siamo diventati dipendenti del Pubblico, ma anche la morte delle idealità. Molte cose funzionano perchè tanti, pur nella frustrazione generale del contesto, lavorano con dedizione ed entusiasmo. Ma - fatte le debite eccezioni - se ci si guarda attorno, tutte le scelte attuali, inquinate dalla politica (declinata nel modo più deteriore) sono dominate dal cinismo e dall'arrivismo, dal desiderio di poter avere la propria fetta della torta e, ancora meglio, se appena ce n'è la possibilità, di poter gestire denaro, attraverso la titolarità di progetti finanziati dai Fondi europei, dallo Stato o dalle Regioni.
Questo è quanto.
Anche per questo ribadisco "W la libertà!" e "Ad maiora!", che nel mio caso saranno le piccole cose: in modo molto minimalista, vorrò poter fare le piccole cose, lavorare e studiare e scrivere, utilizzando la mia casa che mi è tanto confortevole ed è dotata di tutto ciò che mi serve per star bene (libri, muica, film).
Come fa il Candido di Voltaire, in questi tempi bui, è molto meglio ritornare a coltivare il proprio giardino. Ma non di solo giardino si vive: ho le mie corse che sono uno strumento prezioso per continuare ad esplorare il mondo ed incontrare tante persone.
La festa è stata bella. Alfonso Accursio, mio amico, collega di studi e fratello in psicoanalisi ha detto quattro parole per me, rievocando i nostri anni di università (quando, tra le tante cose, avemmo modo - da studenti di primo pelo di anatomia - di condurre assieme un seminario sull'anatomia del cervelletto), le scelte specialistiche condivise, il comune training in psicoanalisi con lo stesso "padre" (in senso psicoanalitico, l'indimenticabile Francesco Corrao). Alfonso ne ha dette tante di me, elogiandomi, e facendomi arrossire sino alla radice dei capelli (che non ho).
Poi, anche io ho voluto dire altre quattro parole (Discorso! Discorso!), ringraziando tutti coloro che erano stati con me, con i quali avevamo condiviso speranze, entuiasmi, lotte. Dopo il discorso, mi sono stati offerti dei doni che ho molto gradito: dei bei pensieri, di cui mi sono molto piaciuti soprattutto i biglietti di accompagnamento per il loro intenso carico di affettività sincera.
Uno dei doni,in particolare, vorrei menzionare qui per il suo effetto "sorpresa": in un involto avviluppato in moltepici strati di carta di giornale le cui scritte, disposte a bella posta, ammiccavano prima a fantastiche possibilità di tour in luoghi esostici del mondo (in offerta seciale, s'intende) e poi alla "terza età", scartando e riscartando, cosa ho trovato alla fine? Non ci crederete: un paio di pantofole
di panno, allusive (alla mia quiescenza lavorativa e non solo) e un bel mazzo di carte nuovo fiammante (con l'augurio di molte partitelle a scopa con i miei colleghi pensionati...).
Mi sono divertito molto, ma ho anche gradito tanto aver ricevuto i due oggetti: a parte le scherzose allusioni, mi saranno veramente utili. Ultimamente a casa, ho utilizzato un paio di ciabatte, che hanno fatto il loro tempo, decisamente indecenti e tutte sfondate, mentre il mazzo di carte siciliane va a sostituirne uno vecchio, consunto e bisunto.

L'apertura del pacchetto s'è svolta con la necessaria pantomima per il divertimento di tutti.
Infine, con la benedizione di Maurizio Gallo, sociologo del Distretto 13 e nutrizionista - l'educazione ad una sana e corretta alimentazione è tra le sue competenze nelle pratiche di educazione alla salute - ("Mangiate! Mangiate! Strafogatevi! E' tutto cibo buono!"), c'è stato da mangiare e da bere per tutti: buone cose molto apprezzate, buon vinello. Nulla è stato risparmiato dalle mandibole voraci dei miei colleghi, tutto è stato sbafato a quattro palmenti. Una vera festa festa per occhi vedere i presenti intenti a mangiare con tanto gusto e così generosamente. Poi, dopo il "salato", è stata la volta della la torta: questa, con sorpresa finale (per mio desiderio era stato adornata con un cartiglio in pasta reale che recava la scritta tracciata con crema di ciocolatta - criptica, per chi non sa - "35+57 = è fatta!").
L'idea è piaciuta a molti, tanto che persino il cartiglio è stato divorato con voracità e gusto.

Infine, brindisi con spumante, saluti, baci e tutti a casa.

Alcuni, in modo simpatico (ma me l'avevano già detto nei giorni precedenti) mi hanno ripetuto che m'invidiamo (e ci ho creduto!): da parte di costoro, si è trattato d'una benevola manifestazione empatica, senza influssi negativi.
Altri, invece...
Ma questa è tutta un'altra storia...

 
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