mercoledì 22 settembre 2010

Un sogno: l'ansia di porre rimedio e di rimettere le cose a posto


Ho sognato mia madre, dopo tanti mesi dalla sua scomparsa.
Ero in una casa, forse quella di mamma.
Tante cose fuori posto: cose di spesa, piuttosto che oggetti della casa.
Cerco di mettere in ordine, distinguendo tra scarti e cose da conservare.
Ci sono molti ortaggi andati a male.
Quelli bisogna raccoglierli e metterli via.
E' come se qualcuno avesse fatta la spesa e si fosse poi dimenticato di mettere le cose a posto...
Un secchiello che sembra esser pieno di carta appallottolata e Frida si accanisce a ficcarci dentro il muso.
Lo prendo e lo esamino: sotto lo strato di carta c'è una grande quantità di croccantini.
Rimetto il secchio per terra e lascio che Frida ne mangi a volontà.
Mia madre c'è anche se non la vedo...
Di continuo, mi dà istruzioni su ciò che devo fare per rimettere tutto a posto.
Quando mi sono risvegliato, provavo - nel ricordare questo sogno - un senso di conforto e meraviglia.
Nei giorni scorsi ho notato con un certo fastidio che alcuni degli oggetti di casa di mia madre ora di mio fratello (molte suppellettili del salotto ma anche qualche piccolo mobile) hanno insensibilmente cambiato di posto e che, quindi, la fisionomia della stanza era lievemente mutata, quasi fosse stato in opera un inarrestabile movimento entropico (oggetti affastellati, altri inspiegabilmente migrati come un vecchio portacenere della cucina, finito chissà come proprio nel salotto "buono").
Quando mi sono accorto di ciò ho cercato di porre rimedio, ripristinando la posizione antica degli oggetti, quella che più mi era familiare.
Non mi sarei sentito tranquillo, se non l'avessi fatto.
L'alterazione nell'ubicazione spaziale degli oggetti, il loro affastellamento insulso, rimandano al pensiero di altre mani che si posano su di essi, senza capirli e senza percerpirne il significato: per alcuni versi, pur essendo solo degli oggetti, hanno un valore quasi sacrale, poichè ognuno di essi è legato ad un ricordo, ad un evento oppure ad una storia...
Sicuramente, nella genesi del sogno, ha fatto la sua parte anche quel mazzo di settembrini (o "astri", esattamente come le stelle del cielo...) che - come una nuvola candida e lieve - se ne stava dal giorno prima ad aleggiare nella stanza da pranzo, ospite di un grande vaso di cristallo che ho preso proprio da casa di mamma: a mia madre i settembrini piacevano più di ogni altro fiore e, in tempo d'autunno, ce n'era sempre - a casa sua - un grande mazzo vicino alla foto di mio padre.
Mia madre era una che si prendeva cura delle cose e, soprattutto, delle persone...

Palermo, il 21 settembre 2010

sabato 18 settembre 2010

Le scritte sui muri e sulle strade: come i tatuaggi, sono un'asserzione del proprio esistere


Oggi, camminando per strada, al termine della mia corsa quotidiana, una scritta sull'asfalto, ha attirato la mia attenzione.

In grossi caratteri cubitali bianchi e disposta per lungo, cioè nel senso di marcia e facilmento leggibile per questo motivo da chi si affacciasse dalla casa del quartiere Matteotti prospiciente, faceva così:

Devo a te ogni mio respiro.

Dirti ti amo è ben poca cosa

La cito a memoria, perchè le grandi dimensioni non mi consentivano di potere contenere tutta la frase in un'unica foto.

Le scritte sui muri e sulla strada o sugli alberi o dovunque vi sia un piccolo spazio disponibile sono un po' come i tatuaggi che oggi vanno tanto di moda e ai quali si riconosce un po' la natura di messaggio collocato proprio nell'interfaccia tra sé e il mondo e un po' quella di rappresentazione tangibile del proprio esistere, un modo per asserire con forza se stessi, a prescindere dalla valenza comunicativa effettiva, ed anche del transito di informazioni e della condivisione di sentimenti e di stati d'animo tra sé e l'Altro.

In questo senso, l'aspetto comunicativo del messaggio tracciato su superfici esterne assume una valenza del tutto secondaria, mentre ha maggior valore, indubbiamente, la sua cifra narcisistica. Più che un flusso dinamico, il messaggio scritto è un'asserzione puntiforme, bloccata, non passibile di trasformazione né richiedente un'interlocuzione.

Si potrebbe dire che tale modalità abbia esattamente lo stesso valore del messaggio che si lancia in mare rinchiuso in una bottiglia ermeticamente chiusa.

Qualcuno lo potrà leggere in un ipotetico futuro e non si sa chi.

A chi lo lancia non importa sapere nè quando sarà letto, nè da chi.

Mentre io scrivo il messaggio e lo confeziono nel suo format, io sono vivo, ESISTO.

E, in ultima analisi, è questo ciò che conta.

giovedì 16 settembre 2010

In "The american" il thriller si trasforma in storia melanconica di impossibile fuga


"The american" (per la regia di Anton Corbijn, 2010) è un film che, nelle recensioni e nelle locandine, viene ascritto al genere "thriller". Da questo punto di vista manca un po' il segno rispetto ai canoni attuali di questo genere che vogliono scene velocizzate, tensione, colonna sonora studiata ad hoc per rinforzare le sensazioni piuttosto che stemperarle, uccisioni e spargimenti di sangue.
E' invece un film lento, a volte di una lentezza insopportabile.
In questo senso, si potrebbe dire che il film di Corbijn, pur avendo la vocazione del thriller, ne ha mancato il segno.
Invece, inaspettatamente assume la cifra del film intimista che rappresenta la storia di uomo che, avendo vissuto pericolosamente ed essendo divenuto "preda" di un'organizzazione criminale che, dopo essersi servita delle sue abilità, ora è decisa a "terminarlo", vorrebbe cambiar vita mettendosi su di una via in cui si possono coltivare sentimenti e relazioni, entrambi da preservare e da custodire (in una parola da "curare"), abbandonando quegli schemi di decodifica del mondo paranoici, propri di chi si è assuefatto ad una vita fatta di rischio ed incontri infidi.
Tutto si gioca nell'intimismo d'una foresta nordica innevata, in un luogo sperduto della Svezia ai bordi d'un lago ghiacciato, e nella pace malinconica d'un paesino pietroso in terra di Abruzzo (Castel del Monte), costruito sulla cima di un monte, dalle case assiepate le une sulle altre, quasi a sostenersi a vicenda, vicoli e scale deserte.
Il paesaggio riflette gli stati d'animo di Jack/Edward (George Clooney). Prima il freddo glaciale della tundra e poi le strade deserte e silenziose di un borgo antico che, inaspettamente e per veloci attimi, possono animarsi di presenze ed incontri in cui ciò che domina sono la curiosità e la voglia di sapere e conoscere il mondo ostile dello "straniero".
Sin quasi dall'inizio si direbbe che sono i luoghi a raccontare la storia, piegando le esigenze di una sceneggiatura che doveva essere d'azione al proprio specifico linguaggio, così come recita uno dei motivi conduttori della poetica di Wim Wenders.
Il film, in larga parte, rende omaggio, al luogo in cui è stato girato: Castel del Monte, l'antico paese in provincia dell'Aquila miracolosamente lasciato indenne dal recente terremoto (ad eccezione di qualche lieve danno alla torre campanaria dominante le case del borgo antico), ricorda bene la presenza della troupe cinematografica durante le riprese; i suoi abitanti mostrano con orgoglio la casa dove alloggiava George Cloneey e riflettono nostalgicamente sulla ventata di movimentazione e di inconsueta velocizzazione di quei giorni, rispetto ai ritmi lenti di una cittadina che un tempo ospitava quasi 5000 residenti (per la più parte famiglie che avevano nella pastorizia il fulcro della propria economia) e che adesso ne raccoglie, di anime, soltanto, poco più di 400. Un paesino, per alcuni aspetti, vicino al cielo, dal momento che si trova collocato proprio sulla via d'accesso a Campo Imperatore, l'altopiano più esteso d'Europa, di cui il film ci regala alcuni straordinari scorci dall'alto.
A Castel del Monte io ci sono stato, ho percorso quelle strade, ho visitato il borgo antico con le sue piccole case di pietra con le sue strade ripide e a stretti gradini e ci ho camminato per lungo e per largo, in su e in giù: quindi lo so che è uno splendido scenario per raccontare il percorso di un'anima, purtroppo destinato a fallire, dal momento che è difficile dimenticare e lasciarsi alle spalle gli schemi comportamentali appresi nel corso d'una vita precedente e, soprattutto, è quasi impossibile disinvischiarsi da una rete di rapporti dominati da violenza e sopraffazione.
Il progetto/desiderio di Jack/Edward alla fine fallirà: e il film, in definitiva, è tutto qui. La storia di un'anima smarrita alla ricerca di una luce, che alla fine tuttavia incontrerà soltanto il buio, pur avendo compreso ciò che desidererebbe avere in una nuova vita.
E' una storia che lascia un po' spiazzati, perchè si entra con la convinzione di vaccingersi a vedere uno dei consueti thriller, mentre invece la storia si dipana su scenari interiori assolutamente imprevisti.
E, in genere, quando ci si accosta ad un opera che si suppone essere di puro intrattenimento, non si è del tutto predisposti a guardare gli ardui e sofferenti percorsi di un protagonista.
Non ci si è preparati, così come può risultare difficile guardare dentro se stessi.
All'uscita dalla sala cinematografica un piccola comitiva di signore di mezza età commentava il film appena visto: il desiderio di vedere George Clooney in uno dei consueti ruoli era stato chiaramente spiazzato da questa aporia e dall'inevitabile lentezza del ritmo narrativo.
La chiave "depressiva" (ed uso questa parola in modo specifico) impone scenari in cui, apparentemente, nulla di eclatante appare allo sguardo: ma il registro depressivo nell'elaborazione psichica rappresenta sempre un punto di svolta trasformativo del proprio Sé che impone una riflessione sui danni (interiori ed esteriori) prodotti e sui modi di porre rimedio ad essi, laddove sia possibile e di imparare a convivere con guasti non più emendabili.

martedì 7 settembre 2010

Un breve viaggio nel cuore della Sicilia


La Sicilia è una terra straordinaria, verde e densamente popolata nella gran parte dei suoi contorni, spoglia e desolata al suo interno. Basta abbandonare le strade costiere e piegare verso l'entroterra per avere l'impressione che si sta penetrando in un mondo arcaico e distante decine di anni dalla civilizzazione, come noi la concepiamo nel primo decennio del 2010.
Le suggestioni che si traggono da questo viaggio all’indietro nell’interiorità della Sicilia sono un po' simili a quelle raccontate da Carlo Levi in "Cristo si è fermato ad Eboli".
Esiste un profondo Sud della Sicilia ancora incontaminato e ciò è dipeso sia dalle barriere montuose che hanno isolato e protetto molte territori interni dalla urbanizzazione, ma anche dal fatto che tanto parte della Sicilia profonda - occidentale, soprattutto - è stata dominata dal latifondo che ha impedito l'emergere di un'intera classe di piccoli e medi coltivatori diretti, ma anche la mancanza d'acqua e l'inospitalità dei territori che facevano sì che i contadini preferissero vivere stretti nei centri abitati e affrontare ogni giorno lunghi spostamenti o a piedi o a dorso di mulo sino alle terre da lavorare.
Poi, nei tempi moderni arrivarono il Motom, la Lapa e, infine, i mezzi a quattro ruote che - ancora una volta - non facilitarono il decentramento abitativo.
Adesso, è cosa frequente vedere i pastori dei Nebrodi e delle Madonie, fare i pendolari da e per i luoghi di pascolo con moderni veicoli a quattro ruote motrici o con i Quad per arrivare nei terreni di pascolo più impervi: oggi non devono più confrontarsi con lunghi periodi di isolamento in luoghi impervi e distanti dal paesello, in cui si recavano con i grandi pani rotondi che dovevano durare loro per almeno una settimana con un pugno di olive e i prodotti della pastorizia a far da companatico.
Per capire questa Sicilia, fatta di grandi spazi e di addensamenti abitativi il più delle volte arroccati in luoghi impervi, occorre leggere più che "Conversazioni in Sicilia", "Le città del mondo" (Einaudi 1974), forse una delle più grandi opere – pur incompiuta - di Elio Vittorini, cominciata negli anni ’50 ad interrompere un lungo silenzio creativo, e publicata postuma nel 1969, perché ci trasmette intatta la magia della Sicilia e della vastità delle sue contrade, con una scansione narrativa che assume la configurazione di un viaggio attraverso il mare deserto da un porto all'altro (e ogni porto nella notte luccica delle sue luci rassicuranti, incastonante in un mare di oscurità, e ogni città ha le sue storie da narrare).
La strada che dalla Statale 113 si dipana verso l’interno, cioè la SS120, che ha il suo km 0 esattamente al bivio per Cerda e si muove in direzione di Caltavuturo era parte integrante del percorso storico della Targa Florio: percorrendola, si abbandonano presto le tracce della modernità e, specie d’estate, mentre ci si addentra nella valle del fiume Torto non è infrequente imbattersi in tracce di incendi che hanno annerito i campi e attaccato anche rade macchie di alberi.
Ma queste sono soltanto avvisaglie: una volta abbandonata Cerda, il paesaggio si fa sempre più collinare, la strada stretta e tortuosa, piena di strettoie e di dossi, franata in molti punti: ci si chiede come fosse possibile che, sino a recente, lungo di essa sfrecciassero i bolidi della Targa Florio e quali fossero i margini di sicurezza per i piloti, con alcune balle di fieno come unica protezione collocate qua e là, in posizioni strategiche nei punti ritenuti più critici.
Il colore dominante è il giallo dei campi che si estende in ondulazioni a perdita d’occhio sino alle masse imponenti delle Madonie, anch’esse ingiallite sino ad un certo punto delle pendici e poi rivestite di un verde boschivo che d’estate si fa stinto e smorto, mentre le cime più alte si fanno nuovamente brulle e sassose.
Ai lati, un cavallo al pascolo in un campo di stoppie e poi una mandria di mucche con i vitelli da latte.
Un paesaggio davvero ancestrale: un’impressione accresciuta dal fatto che, spegnendo il motore della propria auto, il silenzio si fa subito profondo e il passaggio di altre vetture a motore è davvero rado. Nemmeno una fila di pale eoliche in funzione riesce a introdurre con forza e in modo assertivo un elemento di modernità.
Percorrendo questa strada e addentrandosi sempre più all’interno, mentre si fanno via via più imponenti a chiudere da due lati l’ampia vallata gialla la rocca di Caltavuturo e quella ferrigna di Sclafani, al km 18 circa ci si imbatte in un basso casolare dalle muro di pietra a vivo, simile ad un analogo edificio circa un chilometro prima.
Era un vecchio deposito di trattori e altri macchinari agricoli (come l’altro un po’ prima), oggi trasformato in agriturismo (Il Cardellino di Sofia Cipolla).
La sosta qui apre delle prospettive singolari, perché è come se si fosse in un’interfaccia tra due mondi diversi.
Un lato dell’edificio infatti confina con la strada asfaltata che, in qualche modo rappresenta il contatto con la modernità e i cambiamenti introdotti dalla tecnologia: la Targa Florio con i suoi bolidi rombanti che sfrecciavano davanti a queste mura rappresentava infatti, proprio nel cuore di questa terra ancestrale, il sogno futurista di un’inarrestabile progressione verso la modernità.
La strada asfaltata e il ricordo dei bolidi rombanti (che adesso sono solo nella memoria dei nostalgici: e il rally con auto d’epoca lungo lo stesso percorso né è soltanto una pallida rievocazione) rappresentano la modernità. Si varca la soglia dell’agriturismo, o passando dalla porta che dà sulla strada o percorrendo il viale d’accesso fiancheggiato da cipressi ancora giovani, e si entra davvero in un altro mondo.
Si apre davanti al viandante un panorama intoccato una vallata che si distende ampia, d’estate tutta gialla, cintato da monti distanti: le Madonie in primo luogo, con le principali cime tutte in evidenza a formare un maestoso anfiteatro, poi girando lievemente lo sguardo ecco stagliarsi imponente la rocca di Caltavuturo (ben conosciuta dagli Arabi, come punto di importanza strategica) e la rocca montana su cui è costruita la cittadina Sclafani le cui case abbarbicate in cima al monte ne condividono la lapidea asprezza e grigiore.
E mentre nella stagione estiva il colore dominante è il giallo delle stoppie, inframmezzato dal blu azzurrino degli ulivi e dalle bordure di fico d’India, nel terreno dominato dell’agriturismo, si può godere di una profusione di essenze arbustive, rosmarino, salvia, lavanda a bordure, e poi piante di falso pepe, ginestre, cespugli di alloro e ancora cipressi accanto ad ulivi di recente impianto, in una convivenza classica che evoca certi panorami della Grecia, ma anche Foscolo e altri poeti della classicità o anche Carducci con i cipressi maestosi che bordano la via che da Bolgheri conduce a San Guido.
Più distante, un selvatico boschetto di eucalipti, mentre incastonata nel verde, una piccola piscina cattura l’azzurro del cielo, conferendo al panorama una discreta nota esotica.
Entrando in questo spazio, delimitato (alle spalle rimane pur sempre l’antico casolare e la sua ombra densa) eppure aperto si può godere di un’inusitata pace bucolica, mentre si vagabonda lungo i passaggi delimitati da siepi o ci si ferma al bordo della piscina.
Poi, con l'animo rasserenato, ci si potrà soffermare a consumare un pasto sobrio, cucinato da un cuoco giovanissimo che ammannisce agli ospiti piatti paesani confezionati seguendo le antiche ricette della nonna (proprio così!).
E, poi, alla fine, dopo aver trascorso alcune ore di disambientamento, si può tornare alla “civiltà”, soddisfatti eppure nostalgici per aver lasciato un luogo di pace edenica, al quale – appena lo si è lasciato - si vorrebbe subito tornare.
Si immagina come sarebbe lo stesso luogo nella transizione da una stagione all’altra e si vorrebbe tornare per osservarne le trasmutazioni cromatiche, ma anche di odori e fragranze.
Il viaggio di ritorno lungo questo tratto di strada regala una veduta inusitata su Monte San Calogero che con la sua mole domina la valle del fiume Torto e la cui cima è sovente incappucciata di nubi che si accendono di splendidi colori al calare del sole.

giovedì 26 agosto 2010

La raccolta differenziata dei rifiuti urbani solidi e le ambiguità dell'identità di genere


La raccolta differenziata, a volte, pone alla mente ancora non allenata dei cittadini diligenti dei quesiti di difficile risposta.
Dove collocare questo o quel tipo di rifiuto urbano solido? In quale categoria concettuale e, dunque, nella ricaduta pratica, in quale contenitore?
Si tratta di materiale organico oppure è altro? E se c’è una mescolanza di materie e di fluidi cosa fare? Se all’organico si mescolano carte ed altri involucri, l’organico non è più tale e dovrà seguire i percorsi dell’indifferenziato. Analogamente se il materiale cartaceo è imbevuto d’olio o di altri fluidi, non può essere più catalogato nella “carta” e diventa altro.
Unclassified: è il destino di tutto ciò che non può essere catalogato in una casella già precedentemente costituita.
L’impossibilità di catalogare è il limite di tutti coloro che si dedicano alla costruzione ossessiva di possibili liste e che perseguono il folle obiettivo di catalogare il mondo: ci sarà sempre qualcosa che sfugge alle regole classificatorie stabilite.
Per esempio, tornando alla raccolta differenziata, non si è ben chiarito ancora se anche foglie morte e rami secchi dovranno seguire i percorsi differenziati dei rifiuti solidi urbani (ricadendo, presumibilmente, in tal caso nella categoria dell’”organico”).
Per il momento, nell'incertezza della catalogazione, gli operatori ecologici (alias spazzini) le lasciano per terra.
Tutto ciò parrebbe una banalità, mentre in realtà apre una questione di estremo interesse nella relazione epistemica con la realtà.
Porto un esempio.
Anni addietro, in una Divisione di Neurologia di Palermo, adibita al trattamento disassuefattivo dei tossicodipendenti venne ricoverato uno che, oltre ad aver sviluppato una marcata dipendenza dall’eroina, era anche trans.
Di fronte all’ambiguità di genere (il tizio era di fatto un "ibrido", perché – grazie ad un trattamento con estrogeni - aveva un seno abbastanza ben sviluppato, ma nello stesso tempo pene e testicoli - che, nel regime di ricovero, non potevano essere occultati), il personale preposto decise di ricoverarlo, per attuare la disassuefazione, in una "terra di nessuno": una piccola stanzetta al limite tra il reparto maschile e quello femminile.
Una volta definito il luogo della degenza come non-luogo, rimaneva da stabilire chi del trans se ne dovesse occupare: gli infermieri (uomini) adibiti al reparto maschile o le donne (adibite al reparto femminile)?
Qui, l'incertezza si trasformò in autentico impaccio operativo: chi lo avrebbe dovuto lavare e accudire, visto che aveva attributi dell’uno e dell’altro sesso?
Una questione indubbiamente spinosa…
Il tizio se ne stava al buio nella sua stanzetta e le visite che riceveva erano molto rade, sia parte degli infermieri maschi sia da parte delle infermiere, e soprattutto veloci: insomma, nessuno desiderava soffermarsi più a lungo del necessario e palese era l’imbarazzo di tutti, perché il confronto metteva dura prova consolidate incertezze.
Le menti dei più amano confrontarsi con confini netti e del resto, a quei tempi, ancora il Trans (inteso come categoria a s[ stante) non era entrato nelle grazie di politicanti alla ricerca di svaghi personali dubbi e discutibili, come è accaduto nel caso Marrazzo che ha aperto uno scenario inquietante sulla vita "privata" di personaggi pubblici e sulle speciali attrattive che, evidentemente, posseggono i "viados", forse proprio per l'ambiguità di genere di cui sono portatori.
Anche le comunicazioni verbali erano scarne e stringate: come rivolgersi al trans, al maschile o al femminile? Andava considerato come un “lui” o come una “lei”?
Tutti lo andavano a trovare malvolentieri, anche perché man mano che trascorreva il tempo il suo aspetto si faceva decisamente metamorfico e una barbaccia ispida e scura cominciò a ricoprirgli le guancie, facendolo transitare verso una parvenza di aspetto maschile.
A questo punto, la natura l'ebbe vinta e, rassicurati da questa florida crescita di peli, gli infermieri poterono più facilmente sorvolare sul gonfiore delle tette e poterono esperire nei confronti del poveretto una certa dose di solidarietà maschile, anche se ogni tanto faceva capolino il pensiero che il trans altro non fosse che un esemplare di “donna barbuta” sfuggito al freak show di un circo Barnum di passaggio.
A causa delle difficoltà classificatorie, il tizio si era fatto l'astinenza dall'eroina praticamente da solo e senza solidarietà empatica da parte dei curanti...
Dalle foglie morte nella raccolta differenziata ad ambigua appartenenza di genere: questa mia esposizione rappresenta un tipico caso di deriva del pensiero, in cui tuttavia il percorso associativo seguito mostra in modo evidente come il nostro modo di ragionare e di conoscere il mondo è per schemi rigidi.
Gli oggetti (e gli esseri) ambigui rompono le scatole, perché non si sa mai come collocarli (anche se, in fondo, affascinano)…
Eppure, in natura, di simili esempi ne esistono diversi: prendiamo l’ornitorinco, tanto per menzionare uno di questi esseri che presenta la coesistenza di caratteri tipici di specie diverse e molto dissimili le une dalle altre. Per catalogarlo, è stato necessario creare nel regno animale - per lui e per alcune altre specie – una categoria a parte.

lunedì 23 agosto 2010

Orlando e la durlindana: tenzone d'amore


Orlando paladino
tornando dalla guerra col feroce Saladino
s’inerpicò
in groppa al fidato cavallo

sino ad un erto castello
non lontano da Roncisvalle
Giunto ai piedi delle mura
udi grida imploranti e alti lai d’una fanciulla
che, per l’armoniosa voce, suppose bella

Aita, aita! A me l’arme del prode cavaliere!
Con colui che mi salverà dal perfido drago
io giacerò senza riserva alcuna!
gridava ossessa la pulzella

E Orlando, a quelle strida,
fermò il suo destriero
ratto balzando giù di sella…

Deh! Dio voglia che sia la mia pulzella!
mormorò con voce roca
e, ciò detto, prese ad inerpicarsi
su per le mura della turrita dimora
seguendo appigli e provvidi anfratti
sino al sommo d’un’alta torre
e qui, per una bifora,
sguisciò in oscuri penetrali

Poscia, guardingo ei si mosse
guatando a destra e a manca
pronto alla tenzone,
sino a che la fanciulla scarmigliata dai bei capelli neri
non si precipitò fuori da recondito anfratto,
con alte grida e gemiti di paura,
avvinghiandosi al forte abbraccio del suo salvator cortese

Deh, salvami, prode cavalier!

Deh, Angelica mia, le rispose colui,
io son Orlando
per mari e monti la mia pulzella perduta ho cercato
financo sino alla luna volai
con un destriero alato
per te trovare
ed ora eccoti qui, stretta alle mie braccia.

Sì, son io, mio prode Orlando,
son proprio io la tua Angelica,
fece la pulzella,
quella per cui tu uscisti di senno,
quella che ovunque tu cercasti,
ma son qua adesso
e tu mi trarrai in salvo
dal maleficio del drago e della perfida Morgana!

E i due corpi per anni esiliati
anelanti si stringevano l’uno all’altro,
pilotati da selvatica e corrisposta passione

Cos’è questa cosa che mi preme sul ventre,
fece Angelica ad Orlando,
deh, dimmelo! Nulla a me asconderai!

È la mia fidata durlindana,
fece il cavalier,
quella di cui giammai io a meno farei
è l’arma con cui ho lottato contro il feroce Saladino
e l’intero esercito dei suoi accoliti,
l’arma di ferro ben temperato
che mulinando vorticosa, senza pietà,
ha tagliato teste braccia e gambe di infedeli.
Toccala se vuoi!
Suvvia, non esitare e apprezzane la ferrigna consistenza!


E, così dicendo,
la mano di Angelica
condusse sino allo spadone

Ma qui Orlando, vilmente.
la dolce fanciulla trasse in inganno:

la vera Durlindana ascosa era rimasta dabbasso
ben inguainata in groppa al destriero
Ben altra durlindana era codesta,
anche questa, invero, atta a sbaragliare
ma soltanto nobildonne e pulzelle,
piegandole al suo volere,
ad arare ventri,
a dispensare inebrianti piaceri

Presto, in un attimo, il drago fu dimenticato,
armi e gesta del pari,
e sol rimasero gli amori

Angelica, estasiata da quel primo contatto
con la durlindana cotanto possente,
senza indugio la tirò fuori dalla guaina
e, con impetuoso ardore
volle subito iniziar la singolar tenzone,
sempre apprezzandone
al tocco e la durezza e il ferrigno spessore.

Fu così che il drago malefico e la perfida Morgana
fossero per alcun tempo mortificati,
ma al termine della tenzon d'amore
- così narrano le storie -
Orlando rinvigorito
contro essi tosto riprese a guerreggiare
con l'ausilio dello spadone


(da Wikipedia) - Durlindana, Durindana, Durindarda,Durendala o Durendal è, secondo la tradizione del ciclo carolingio, la spada di Orlando, paladino del re dei franchi Carlo Magno.
La leggenda vuole che la spada fosse stata donata a Orlando proprio dal sovrano.
Invece, nello Orlando Furioso di Ludovico Ariosto si dice che sarebbe stata data al cavaliere da Malagigi (Maugris) e che sarebbe un tempo appartenuta a Ettore di Troia (tuttavia non c'è menzione del nome della spada nell'Iliade).
Nella Chanson de Roland si dice che la spada conteneva un dente di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di San Dionigi e un pezzo di vestito della Vergine Maria.
Nel poema si narra che il conte tentò di distruggere la spada per evitare che cadesse in mani saracene dopo l'agguato di Roncisvalle, generando con l'impatto la cosiddetta Breccia di Orlando, nei Pirenei. Durlindana, però, non si ruppe e allora Orlando la lanciò in un fiume avvelenato. Secondo il folclore, la spada esisterebbe ancora e sarebbe conservata a Rocamadour, in Francia.
Il termine, d'etimologia sconosciuta, parrebbe derivare dal latino durus (duro).

giovedì 19 agosto 2010

Morte tra i ghiacci: una nuova avventura con il marchio della premiata ditta Preston-Child


Lincoln Child e Douglas Preston sono più conosciuti come coppia di scrittori, esattamente come il duo Fruttero-Lucentini di casa nostra, I due, in tandem perfettamente coordinato, compongono delle belle storie (in genere al ritmo di una all'anno) di marca avventurosa (con una combinazione di elementi diversi horror, mistery, SF), molte delle quali sono state trasposte in film (non si può non citare Relic, perchè è proprio dopo aver visto questo film o al cinema o in repliche TV che molti sono approdati al romanzo omonimo da cui era stato tratto, divenendo dal quel momento fan dei due scrittori statunitensi, alla ricerca di tutto ciò - di loro - già pubblicato o di prossima pubblicazione).
Particolarmente intrigante è la serie di romanzi che hanno come protagonista il bizzarro agente speciale dell'FBI Aloysious Pendergast il quale, per alcuni versi, si presenta come una rivisitazione in chiave moderna e lievemente demonica di Sherlock Holmes, con una propensione a farsi "indagatore" dell'occulto.
Da alcuni anni a questa parte, i due hanno preso l'abitudine di pubblicare anche dei romanzi a firma separata: anche in questo caso, uno all'anno.
I loro fan, possono avere così il piacere di leggere non uno, bensì tre romanzi all'anno, della stessa rinomata ditta.
Infatti, dopo una lunga consuetudine compositiva a quattro mani, le differenze stilistiche tra i due scrittori, quando operano da soli, sono poco rilevanti: la cifra stilistica è identica, anche se è diversa la prevalente polarizzazione di interesse sui contenuti. Douglas Preston sembra puntare maggiormente sulla dimensione avventurosa delle sue trame, mentre Lincoln Child cura maggiormente d'occhio l'estrapolazione scientifica dei suoi testi e l’attendibilità degli elementi scientifici che vengono estrapolati nelle sue trame.
Anche quest'ultimo romanzo di Lincoln Child reca lo stesso imprinting di tutti quelli già usciti (inclusi quelli del collega Douglas Preston da solo): si tratta di una bella storia di avventura e mistero con un pizzico di horror esoterico che poi sfocia in un'ipotesi aliena, appena accennata, ma non sviluppata.
Gli ingredienti perché il romanzo possa piacere ai lettori cui piacciono questi ingredienti fondati su una base di attendibili spiegazioni scientifiche ci sono tutti: c'è la bestia intrappolata nei ghiacci, c'è una concatenazioni di morti atroci ed inspiegabili, c'è un'antica maledizione per difendersi dalla quale gli abitanti del luogo fanno esorcismi, c'è il mistero di ciò che è accaduto decenni prima nella base artica dove si svolgono i fatti odierni e del perché una misteriosa sperimentazione sia stata abbandonata del tutto e poi secretata nei file top-secret, ci sono claustrofobici sotterranei.
Fatte le debite differenze, tuttavia, il romanzo è una ripetizione di altri già letti e non c'è nessuna originalità. Peraltro, i lettori di genere vogliono proprio questo: muoversi in un contesto che è loro familiare nel quale potere cogliere piccole differenze,.avendo a disposizione in altri termini uno scenario in cui il già noto e il conosciuto (e per alcuni versi prevedibile) si mescoli con quel tanto che basti di sorpresa e di novum atti a generare meraviglia e curiosità.
Ma, in ogni caso, anche questo romanzo - per quanto "seriale" è pur sempre una buona porta d'accesso per cominciare ad esplorare l'universo narrativo dei due scrittori statunitensi (che, per inciso, hanno la passione per l'Italia, dove – nel cuore dei colli senesi, risiedono per diversi mesi ogni anno).

Questa la sintesi della storia nel primo risguardo di copertina.

Doveva essere una spedizione di routine, quella dello scienziato Evan Marshall nel cuore dell'Alaska. Il ghiacciaio del Mount Fear, in lento ma inesorabile scioglimento, sembrava l'ideale per le sue ricerche sui cambiamenti climatici. Ma l'imponente montagna, che i nativi Tunit credono abitata da spiriti della natura vendicativi e intoccabili, riserva all'equipe di Marshall una sorpresa di tutt'altro genere: quando una grossa lastra di ghiaccio si stacca da un fianco, un enorme occhio giallo appare a fissarli. È una spaventosa creatura preistorica, quella che Marshall e i suoi hanno scoperto, un animale finora sconosciuto rimasto per millenni prigioniero dei ghiacci. Un ritrovamento senza precedenti, che accende immediatamente l'interesse del rapace network televisivo che finanzia le ricerche di Marshall. Ma quando, nel buio della notte artica, il corpo della bestia scompare, e intanto vengono ritrovati i cadaveri sventrati di tre membri della troupe, il monito dei nativi risuona finalmente in tutta la sua inascoltata e profetica saggezza: la montagna si è ribellata all'avidità degli uomini, risvegliando da un sonno senza tempo un mostro che doveva restare sepolto nelle sue profondità. E che è tornato per spargere terrore, uccidere e, forse, mettere in discussione per sempre le certezze più radicate.
 
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