domenica 27 aprile 2008

"L'estate del disincanto": alla fine, di quello che si è vissuto restano i racconti

Durante un mio recente viaggio in treno (era da tanti anni che non ne facevo esperienza) mi sono immerso nella lettura di uno dei libri che avevo con me. In verità, lo aveva già iniziato qualche giorno prima, ma c'è stato bisogno che fossi in treno per potermi immergere totalmente in esso: i ritmi lenti dello spostamento, le lunghe soste ed una sensazione molto più profonda e viscerale d'essere in viaggio, hanno favorito particolarmente la possibilità di entrare con tutto me stesso nel flusso del testo e dell'avventura.
Il romanzo era particolarmente adatto alla mia condizione di viaggiatore in transito da una condizione all'altra, proprio per la sua natura di storia d'avventura e di "formazione" (nonchè di iniziazione): comprato quasi per caso in libreria, senza che sapessi nulla del suo autore, ma soltanto perchè, sollevandolo da una quantità di altri libri collocati nel tavolo d'esposizione, mi aveva attratto la sua copertina: la prua di una barca di pescatori dal fasciame solido e compatto, incrostata di alghe e denti di cani, con un'attenzione marcata - e, si scoprirà, molto voluta - alla linea di confine tra "opera morta" e "opera viva".
"L'opera morta è quello che si vede della barca, mentre la viva sta sotto il pelo dell'acqua, è la chiglia bagnata che si assesta di continuo. gonfia e battente, e ci crescono i coralli, le alghe, i denti di cane".
Si sa che i libri si scelgono spesso non per il loro contenuto, ma per le loro "soglie" che, con immediatezza parlano al nostro inconscio.
Si tratta di "L'estate del disincanto", scritto da Simone Perotti che, essendo - come si apprende dai risvolti di copertina - appassionato di marineria, "navigatore", affittabarche, skipper e istruttore di vela, è riuscito a travasare in queste pagine tutta la sua passione, trasformandola in capacità di riflettere sul significato della vita.
Questo il mio commento al romanzo (in http://www.internetbookshop.it/:
Non a caso, il bel romanzo di Perotti ha, tra le sue "soglie", la mini-recensione di Bjorn Larsson, grande scrittore d'avventura nel senso moderno del termine. Non a caso, Larsson colloca l'autore tra Stenvenson e Salgari, affermando che in più - la sua scrittura è arricchita dai forti sentimenti dell'amicizia adolescenziale (tanto più forte quando si trae radici dai giochi condivisi dell'infanzia) e dalla scoperta dell'amore. Quella di Perotti è una bella storia di iniziazione che si svolge in una cornice di tragici e grandiosi eventi, alla fine della II guerra mondiale nello scenario marittimo del Mediterraneo. Ci sono proprio tutti gli ingredienti del romanzo d'avventura: le fughe a vela, il confronto con la tempesta, i personaggi loschi e minacciosi (il Corsaro), "magici" (la nonna di Maria e la stessa Maria) e altri indimenticabili caratteri - come Altomare - dal passato avventuroso e strano, capaci di raccontare molte storie affascinanti - autentiche storie nella storia. Molto modernamente - la storia di Perotti è anche un romanzo d'inizazione - un "bildungsroman" nel senso più autentico del termine: la descrizione vivida ed intensa della transizione di Galbo, Nino e Maria dalla spensierata età dell'infanzia all'adultità, attraverso un vero e proprio rito di passaggio, drammatico e ardimentoso (dall'esito, sino all'ultimo, incerto - come tutti i riti di passaggio). Attraverso questo transito periglioso (al contempo ricco ed affascinante) i tre scopriranno il significato forte ed intenso dell'amicizia e dell'amore, ma potranno anche intraprendere con vigore il loro viaggio attraverso la vita (ma con l'acquisita consapevolezza della fondamentale incertezza di tutte le cose). Dice Perotti, facendo riflettere uno dei suoi personaggi-chiave, alla fine della vicenda: "Cosa ci spinge avanti, se conosciamo la fine? Nel mare, come nella vita, i segni durano poco. L'acqua poi si richiude, e le cose non sono state mai state. Restano soltanto i racconti". D'un racconto straordinario ci ha dunque fatto dono Perotti, intriso com'è di tutte la sua conoscenza del mare e della navigazione e che, indubbiamente, sono la sua grande passione.




domenica 6 aprile 2008

Il mio ultimo giorno di lavoro

Il 31 marzo è stato il mio ultimo giorno di lavoro come dirigente medico dell'Azienda USL 6 di Palermo. Con i miei colleghi attuali e con quelli dell'Unità operativa che diretto per tanto tempo (per quasi tutta la durata della mia vita lavorativa: sino all'Aprile del 2004) abbiamo fatto una bella festa. Ero, sì, emozionato, ma non tanto per ciò che lasciavo, piuttosto per essere arrivato ad un momento che, da qualche anno, avevo molto desiderato: la fine del lavoro, l'inizio della vita da "pensionato", che in verità - per me - coincide con l'idea forte della riconquista della "libertà" e dell'affrancamento dalla schiavitù dell'orribilissimo badge e dalla contabilità minuziosa e solerte di minuti e secondi, l'inizio d'una nuova era in cui, dopo il periodo felice degli anni d'Università, si riapre per me la possibilità di andare dove voglio, quando voglio, senza dovere compilare moduli e contromoduli, senza dover chiedere permessi a nessuno. "W, la libertà!": questo è lo slogan che mi sento d'intonare come peana, anche se poi - a ben vedere - la libertà assoluta non esiste e, una volta sciolti i vincoli che ci legano, ne compaiono sempre di nuovi, inaspettatamente. Ma è anche vero che - assieme a nuovi vincoli - s'aprono possibilità prima inedite.
Nello stesso tempo, ho avvertito dentro di me una strisciante malinconia
(che c'è tuttora): quando s'arriva ad una meta agognata, ci si rende conto che la conquista in sé non conta. Si ha nostalgia del viaggio che si è appena finito di compiere. In effetti, la cosa più importante è il viaggio, nel corso del quale, mentre si alimenta costantemente il desiderio di raggiungere una meta data, succedono delle cose meravigliose: basta saperle vedere e farne tesoro. Quando s'arriva a quella meta ambita, ciò che volevamo raggiungere, il più delle volte, si rivela essere insignificante (e si depotenzia), ma è - nello stesso tempo - importante perchè diventa un nuovo punto di partenza dal quale occorre sapersi rimettere in viaggio, sempre e di nuovo, senza abbandonare mai lo statuto di viandante e continuando a trovare altre mete che implicano strade e strade da percorrere.
La meta è il viaggio, dice il saggio...

Ma, tornando alla mia festa, sono stato veramente contento che, dal "mio" ex-SerT (servizio tossicodipendenze), siano venuti praticamente tutti i rappresentanti della "vecchia guardia" e non quelli che si sono aggiunti nel corso degli ultimi anni. Queste presenze (sommate alle assenze di altri) mi hanno consentito di mettermi in contatto, nella mia memoria, con i primi anni di vita del servizio, quando tutto era ancora in statu nascendi e c'era tanto, tanto entusiasmo: perché tutto era nuovo e tutto doveva essere inventato giorno per giorno, con spirito di servizio e con dedizione.
Poi, i tempi sono cambiati sono arrivati i contrasti e le difficoltà, anche di tipo istituzionale: nesuna garanzia, nesuna protezione, solo molte incertezze, impossibilità di risolvere molti problemi, il dover vivere dopo giorno, attendendo catastrofi imminenti e la spiacevolezza di grane a mai finire. Tutto è diventato faticoso e frustrante: è stato allora,
forse già nel 2000, che ho cominciato a desiderare di andare via.
E, in effetti, dal quel Ser.T me ne sono poi andato per concludere i miei giorni lavorativi nella sede del Distretto sanitario 13, con uno stato d'animo sereno, ma senza recuperare la fiducia nell'istituzione, nè ritrovare quelle idealità che avevano accompagnato i primi anni del mio inserimento laorativo, quando alla seduzione della libera profesione in una bella torre d'avorio avevo preferito entrare nell'allora nascente Servizio sanitario nazionale (1978: nel 2008 se ne celebra il trentennale) per essere utile e per mettere le mie competenze professionali al servizio di tutti.
Contento della ritrovata libertà, non posso non provare amarezza, constadando che viviamo sempre più in un epoca di cinismo che ha decretato la fine del lavoro, come lo intendevamo noi quando siamo diventati dipendenti del Pubblico, ma anche la morte delle idealità. Molte cose funzionano perchè tanti, pur nella frustrazione generale del contesto, lavorano con dedizione ed entusiasmo. Ma - fatte le debite eccezioni - se ci si guarda attorno, tutte le scelte attuali, inquinate dalla politica (declinata nel modo più deteriore) sono dominate dal cinismo e dall'arrivismo, dal desiderio di poter avere la propria fetta della torta e, ancora meglio, se appena ce n'è la possibilità, di poter gestire denaro, attraverso la titolarità di progetti finanziati dai Fondi europei, dallo Stato o dalle Regioni.
Questo è quanto.
Anche per questo ribadisco "W la libertà!" e "Ad maiora!", che nel mio caso saranno le piccole cose: in modo molto minimalista, vorrò poter fare le piccole cose, lavorare e studiare e scrivere, utilizzando la mia casa che mi è tanto confortevole ed è dotata di tutto ciò che mi serve per star bene (libri, muica, film).
Come fa il Candido di Voltaire, in questi tempi bui, è molto meglio ritornare a coltivare il proprio giardino. Ma non di solo giardino si vive: ho le mie corse che sono uno strumento prezioso per continuare ad esplorare il mondo ed incontrare tante persone.
La festa è stata bella. Alfonso Accursio, mio amico, collega di studi e fratello in psicoanalisi ha detto quattro parole per me, rievocando i nostri anni di università (quando, tra le tante cose, avemmo modo - da studenti di primo pelo di anatomia - di condurre assieme un seminario sull'anatomia del cervelletto), le scelte specialistiche condivise, il comune training in psicoanalisi con lo stesso "padre" (in senso psicoanalitico, l'indimenticabile Francesco Corrao). Alfonso ne ha dette tante di me, elogiandomi, e facendomi arrossire sino alla radice dei capelli (che non ho).
Poi, anche io ho voluto dire altre quattro parole (Discorso! Discorso!), ringraziando tutti coloro che erano stati con me, con i quali avevamo condiviso speranze, entuiasmi, lotte. Dopo il discorso, mi sono stati offerti dei doni che ho molto gradito: dei bei pensieri, di cui mi sono molto piaciuti soprattutto i biglietti di accompagnamento per il loro intenso carico di affettività sincera.
Uno dei doni,in particolare, vorrei menzionare qui per il suo effetto "sorpresa": in un involto avviluppato in moltepici strati di carta di giornale le cui scritte, disposte a bella posta, ammiccavano prima a fantastiche possibilità di tour in luoghi esostici del mondo (in offerta seciale, s'intende) e poi alla "terza età", scartando e riscartando, cosa ho trovato alla fine? Non ci crederete: un paio di pantofole
di panno, allusive (alla mia quiescenza lavorativa e non solo) e un bel mazzo di carte nuovo fiammante (con l'augurio di molte partitelle a scopa con i miei colleghi pensionati...).
Mi sono divertito molto, ma ho anche gradito tanto aver ricevuto i due oggetti: a parte le scherzose allusioni, mi saranno veramente utili. Ultimamente a casa, ho utilizzato un paio di ciabatte, che hanno fatto il loro tempo, decisamente indecenti e tutte sfondate, mentre il mazzo di carte siciliane va a sostituirne uno vecchio, consunto e bisunto.

L'apertura del pacchetto s'è svolta con la necessaria pantomima per il divertimento di tutti.
Infine, con la benedizione di Maurizio Gallo, sociologo del Distretto 13 e nutrizionista - l'educazione ad una sana e corretta alimentazione è tra le sue competenze nelle pratiche di educazione alla salute - ("Mangiate! Mangiate! Strafogatevi! E' tutto cibo buono!"), c'è stato da mangiare e da bere per tutti: buone cose molto apprezzate, buon vinello. Nulla è stato risparmiato dalle mandibole voraci dei miei colleghi, tutto è stato sbafato a quattro palmenti. Una vera festa festa per occhi vedere i presenti intenti a mangiare con tanto gusto e così generosamente. Poi, dopo il "salato", è stata la volta della la torta: questa, con sorpresa finale (per mio desiderio era stato adornata con un cartiglio in pasta reale che recava la scritta tracciata con crema di ciocolatta - criptica, per chi non sa - "35+57 = è fatta!").
L'idea è piaciuta a molti, tanto che persino il cartiglio è stato divorato con voracità e gusto.

Infine, brindisi con spumante, saluti, baci e tutti a casa.

Alcuni, in modo simpatico (ma me l'avevano già detto nei giorni precedenti) mi hanno ripetuto che m'invidiamo (e ci ho creduto!): da parte di costoro, si è trattato d'una benevola manifestazione empatica, senza influssi negativi.
Altri, invece...
Ma questa è tutta un'altra storia...

martedì 11 marzo 2008

"Cchi capiddi chi aio! ". Quando tutto è relativo...

A Palermo, c'è un ufficio comunale sempre affollatissimo - nei giorni di ricevimento: ciò dipende dal fatto che presiede agli interventi abitativi. Folle di questuanti si accalcano in strada, davanti al portone, mentre altri fanno la fila per salire sino al nono piano dov'è ubicato l'ufficio in questione (incongruamente posto in cima ad un edificio in origine destinato ad altri usi e pressocché privo di vie di fuga praticabili, alla faccia della legge 626!).
L'orda,
composta da gente di tutti i tipi, è pittoresca: dominano la scena soprattutto individui malestanti economicamente tra i quali, a volte, si mescolano soggetti - a giudicare dalle apparenze - poco raccomandabili. E sono tutti in attesa di ricevere l'assegno integrativo per il pagamento della pigione oppure, essendo senza casa, d'una sistemazione abitativa a spese dell'amministrazione comunale (in locanda o chissà dove). A volte, ci sono esplosioni di malcontento, tentativi di occupazione degli uffici comunali, piccole manifestazioni di rivolta e vivaci proteste, alimentate dai più facinorosi, con contenitori della carta da riciclare che finiscono capovolti, con qualche vetro rotto, insulti e male parole. Questa folla, a dire il vero, ispira di primo acchito pensieri tristi, costituita com'è - per la massima parte - da cittadini in difficoltà ed in stato di bisogno, che - con diuturna assiduità ed eroica perseveranza - si presentano a questo ufficio per risolvere problemi di primaria importanza, strettamente correlati con la sopravvivenza e la salvaguardia della propria dignità.
Per certo, la miseria e le difficoltà esistenziali non vanno bene a braccetto con una visione "estetica" della vita:
così, giorno dopo giorno, a chi dovesse trovarsi da quelle parti capiterebbe di osservare una galleria di personaggi - anzi di iper-tipi - alcuni dei quali sembrano piombati direttamente sotto i cieli nostrani da qualche cupa pittura fiamminga alla maniera di Bosch.
Pur provando un empito di comprensione, non si può evitare di guardare alla scena con uno sguardo ironico e sdrammatizzante. Allora si potrà osservare che l'ambiente è dominato - anche per un semplice problema di stazza - da grassoni e grassone dotati di pancioni debordanti, braccia grosse come flaccidi lacerti e cosce delle dimensioni di prosciutti: il prodotto di una dieta "mediterranea" declinata in maniera sbagliata, cioè - altri termini - fondata sull'ingurgitazione di quantità industriali di pasta asciutta, che gli uomini annaffiano con abbondanti libagioni di birra e vino.

C'è da sentirsi un po' intimoriti, quando ci si trova a fendere una simile marea umana, specie quando si percepisce che l'umore della folla è "esplosivo" vicino al punto di rottura, a causa di inadempienze e ritardi del Comune nel fornire pronte risposte ai postulanti.
Un bel dì, proprio mentre mi accingevo a salire al mio piano con il vecchio ascensore fatiscente che sembra dover tirare le cuoia da un momento all'altro, sono sopraggiunti trafelati due donnoni che, ansimando come locomotive e senza tanti complimenti, si sono infilati nella cabina di per sé angusta, rendendola con la loro mole ancora più piccola, malgrado lo specchio a parete sul fondo.
Delle due, una più giovane dotata d'un grosso ventre prominente e tondeggiante, già ben messo malgrado l'età, era – per il resto - del tutto sciatta ed insignificante; l’altra più anziana era decisamente obesa, con un tronco globoso di immani proporzioni e l’addome prominente poggiati su due gamboccie, al confronto con il resto esili, sciatta tanto quanto la più giovane. La massa totale delle due donzelle e l’immediata sensazione d'ingombro dell’angusto spazio disponibile, m'hanno fatto temere per la mia incolumità.
Ho cominciato a sudare freddo, pensando anche alla iperbolica possibilità che le due in un impeto d’ira cominciassero a schiacciarmi contro la parete con la semplice pressione del loro ventre. È stata immediata la comparsa di lievi intomi claustrofobici, facilitati nel loro esordio dall’impregnazione dell’aria (a disposizione in quantità ristretta) di celestiali effluvi.
Rimanendo in silenzio e stoicamente facendo finta di niente, ho cercato di dominare la nausea e le ondate di panico che arrivavano senza requie, una appresso all’altra, in un tempo dilatato ed interminabile…

Partito l’ascensore, la più anziana ha preso ad osservarsi allo specchio: al termine dell’operazione prolungata ed analitica, ha fatto un’espressione infastidita (forse anche un po' schifata) e, con voce petulante, ha commentato: “Cchi capiddi chi aio!”, mostrandosi oltremodo critica con se stessa (esteticamente parlando) – ma soltanto nei confronti dei suoi capelli, in disordine, annodati, infeltriti o semplicemente non lavati e, per di più, alquanto untuosi.
La deformità del suo profilo, la sciatteria degli abiti, l’inestetica ciccia grondante da ogni parte erano evidentemente per lei del tutto nei parametri della “normalità” e quindi non da considerare difetti, ma forse addirittura - in un rovesciamento paradossale - quasi dei pregi.

Questa battuta assieme all’espressione che ha deformato il volto del donnone, imprimendole una mimica tra il vezzoso e l’irritato (forse anche un po’ schifato), ha prodotto un irresistibile effetto comico, suscitando in me uno scoppio di risa silenziose - immediatamente curative dei sintomi claustrofobici di pochi istanti prima. Tanto che, appena arrivato in ufficio, non ho potuto fare a meno di raccontare l’episodio più volte, suscitando una generale ilarità, molto politicamente scorretta.
Ma lo humour, a volte, deve
per forza essere un po' politicamente scorretto!!!

lunedì 10 marzo 2008

Specchio infranto



Dietro la fitta siepe
opaca allo sguardo

una voce di donna
grida
(concitazione)
Se mi dici questo perdo la pazienza

silenzio

silenzio

silenzio


Poi di nuovo

Se mi dici questo perdo la pazienza
e la voce
già sopra le righe

si spezza

in pianto accorato

di solitudine


Da qualche parte

uno specchio

va in frantumi

con argentino spicinìo

di vetri infranti


Silenzio


Dissolvenza




domenica 9 marzo 2008

A ciascuno il suo festeggiamento

Appena ieri, è stata la ricorrenza della festa della donna che, per alcuni, è passata inosservata. Tanti - e non solo le dirette interessate, l'altra metà del cielo - se ne sono ricordati. Lo testimoniano articoli a tempesta sui quotidiani e sui periodici, sia di anticipazione sia di cronaca, ma anche servizi radiofonici e televisivi; e poi i tantissimi piccoli episodi in cui - nella dimensione privata - la ricorrenza dell'8 marzo è stata una bella occasione, più che altro una scusa per scambiarsi gentilezze e "tenerumi" vari, tutte quelle piccole cose che rendono piacevole la vita, insomma
Purtroppo, anche in questo caso, è la mediatizzazione a farla da padrona. Quindi, negli ultimianni, la Festa della donna sembra aver perso i suoi significati originari per diventare un'occasione di trasgressione e di eccessi, pilotata dal volane della pubblicità.
Ma lasciando gli aspetti più eclatanti della Festa della donna all'ambito della pubblicità e della commercializzazione sfrenata, entrambi atroci meccanismi che divorano avidamente tutto quanto per restituirlo ben confezionato ad un pubblico di diligenti consumatori, ben venga questo momento per i pensieri gentili!!!
Anzi di feste della donna ce ne vorrebbero proprio tante nel corso dell'anno. Forse, addirittura, ogni giorno dovrebbe essere buono per festeggiare le donne e per rendere loro la giusta attenzione...
Io, sempre disattento alle ricorrenze "comandate", mi sono dimenticato d'un evento così importante. Poi, mentre viaggiavo in auto a circa metà giornata, ho notato alcuni venditori ambulanti che si affaccendavano, allestendo mazzetti e serti di mimose, piccoli mazzetti fatti di un solo rametto - come si suole fare - avvolti in un lembo di sottile carta stagnola. Sono stato preso da una folgorazione: "Whoops!!!" - ho detto ad alta voce - "Quale atroce dimenticanza!" E ho sentito dentro una fitta di lacerante dispiacere. "Devo testè rimediare!!! Anch'io voglio scovare qualche rametto fiorito ed inviarlo alle mie amiche" - ho aggiunto tra me e me.
Mi ripugnava, però, fare ricorso ai fiori veri, quelli appena recisi dalla pianta, perché quelli - poverini - fanno proprio stringere il cuore, evocando una vera e propria ecatombe di acacie e mimose indifese, che vengono letteralmente affettate per ricavarne fiori e rametti.
Quindi, tornato a casa, in internet, ho beccato un paio di fioriture di mimosa decisamente più nature, per quanto virtuali e, in extremis, tramite le mail salvifiche, sono riuscito a varare i miei auguri per la festa della donna.
Sono davvero grato a queste mimose "trovatelle", sparse da qualche mano benevola nella rete...
A ciascuno, il suo festeggiamento.
Peccato che non ci sia la festa dell'uomo: chi sa cosa ci spetterebbe?




Postscriptum - La cosa più importante, tuttavia, è stato il fatto che ieri ricorreva il 90° compleanno di nostra madre. Grazie, mamma, di essere stata con noi per tutti questi anni. E un grazie di cuore anche alle nostre cugine Luciana e Roberta che, con il loro entusiasmo e con la loro dedizione, ci hanno dato la possibilità di dar vita ad una bellissima festa!!!!


sabato 8 marzo 2008

Ferlinghetti e la porta invisibile



For Lorenzo
should he someday

come upon himself

in that labirinth
of solitude
Ieri, rovistando tra i libri di uno scaffale di casa, mi sono imbattuto in un libricino della Newton Compton, comprato anni fa in un remainder. Lo scaffale in cui mi ero ritrovato a cercare un altro libro che in quel momento avevo in mente è quello dove tengo i libri di poesia e, in particolare, quelli dei poeti della "Beat generation". Il libro che mi è letteralmente piovuto tra le mani era il diario di un viaggio in Messico di Lawrence Ferlinghetti, poeta ed editore alternativo di San Francisco ai tempi della psichedelia (Lawrence Ferlinghetti, Notte messicana. Diario di viaggio, Newton Compton Editori,1980).

Già avevo avuto modo di leggere al tempo dei miei vent'anni una raccolta delle sue migliori poesie che allora avevo amato davvero molto: fu uno dei libri ereditato da mio padre. Invece questo, appena comprato (avendolo trovato correndo un catalogo remainder per corrispondenza), l'avevo subito riposto per dimenticarmene. Invece, ieri, l'ho aperto e l'ho sfogliato, leggendo qua e là. Mi è piaciuto. Mi ha rapito. Ne ho letto alcuni passaggi ad alta voce per assaporarne le singole parole come fossero chicchi d'uva dolcissima da degustare, facendoli rotolare sulla lingua e schiacciandoli a poco a poco per spremerne tutto il succo. Il testo a fronte in Inglese mi consentiva anche il piacere di passare a quello in lingua originale per poter sentire il sound di parole e frasi così come Ferlinghetti le aveva concepite. Non bisogna dimenticare che egli - come la maggior parte degli altri poeti nordamericani di quel periodo - scriveva avendo in testa l'idea che la sua poesia andasse letta ad alta voce di fronte ad un pubblico di ascoltatori, nei famosi "poetry reading", mai molto praticati in Italia ed in Europa.
C'è indubbiamente un destino ineluttabile che ti porta ad incontrare un certo libro che magari ha giaciuto dimenticato per anni nella tua biblioteca, negletto. E quando ciò accade, non ci si può sottrarre. Posarlo di nuovo e dimenticarsene di nuovo sarebbe come sfidare la sorte.
Questa è la composizione che conclude il diario di viaggio di Ferlinghetti, composta il 24 marzo '69.

La puerta escondida

no es escondida


La puerta invisible


no es invisible


La porta sull'invisibile

è invisibile
La porta nascosta
non è nascosta

Io continuo ad attraversarla

senza vederla

E sono quello che sono

E sarò quello che sarò
Sobre las playas perdidas
del Sur...


giovedì 6 marzo 2008

Rose di passione

Un gambo di rosa divelto
di spine taglienti
e
verdissime foglie dentellate
giace sull'asfalto

Raccoglilo,

stringilo
tra le mani,
lascia che quelle spine
lacerino la tua pelle


Voluttuosi
boccioli rossi
fioriranno dalle ferite
e cadranno sino a terra

volteggiando leggeri

Ogni goccia
del sangue versato
diverrà una rosa rossa

Rose di passione
e di dolore





 
Creative Commons License
Pensieri sparsi by Maurizio Crispi is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Based on a work at mauriziocrispi.blogspot.com.